CHIEDILO ALL'ESPERTO

 

 

Prof. Giovanni Brizzi
Professore Ordinario di Storia Romana alla Facoltà di Lettere e Filosofia all’Università di Bologna. Insignito delle Palme Accademiche francesi e di un premio dell'Accademia dei Lincei.

 

Domanda n. 1

Domanda n. 2

Domanda n. 3

 

GENNAIO 2004
CONFRONTO TRA LE TECNICHE MILITARI ROMANE DEL PERIODO PUNICO (PRE E POST-SCIPIONE) E QUELLE DELLA TARDA REPUBBLICA (GUERRA GIUGURTINA, CONTRO I GERMANI, GUERRA SERVILE, GUERRA SOCIALE, GUERRA MITRIDATICA, GUERRE CIVILI)

(1)
Che tratti salienti hanno le riforme specifiche e strutturali dell'esercito ideate da tre grandissimi quali Publio Cornelio Scipione Africano, Caio Mario e Caio Giulio Cesare?
Hanno lasciato impronte solide e durature sulle tattiche di battaglia successive, o tutto si è spento con la morte del loro genio?
di Lucius Iulius Sulla

Quanto a Scipione, la sua opera è straordinaria; e condiziona tutta
la storia dell'esercito romano nelle età successive. Innanzitutto,
l'Africano conduce alla sua massima perfezione la manovra avvolgente
inventata da Filippo II e da Alessandro Magno, poi adattata da
Annibale alle formazioni di guerrieri dell'Occidente. A partire dalla
battaglia dei Campi Magni Scipione utilizza in maniera del tutto
nuova i tre scaglioni in cui si articola la legione; mentre il centro
ripiega, cedendo gradualmente senza spezzarsi alla pressione nemica,
seconda e terza linea agiscono come ali, uscendo sui lati per
allungare il fronte, per avvolgere e stritolare l'armata
avversaria.Sarà (sia pur con le opportune varianti...) la tattica
adottata poi contro gli eserciti ellenistici; che vedrà il trionfo
del manipolo, più duttile ed agile, sulla massiccia falange greca.
Con questo tipo di manovra l'esercito romano mira ad aprire la
falange, frazionando la lotta in una miriade di scontri individuali,
senza speranza per il fante macedone,opposto al legionario, assai
meglio armato di lui e avvezzo a tale genere di lotta.
Ben diverso è il problema in Occidente; e segnatamente in
Spagna. Qui, soprattutto se opposto in uno scontro corpo a corpo ai
Celtiberi, forse i migliori combattenti individuali del mondo antico,
il fante romano corre seri pericoli. Oltre a perfezionare
l'addestramento,si comincia dunque ad adottare un'unità più numerosa
e solida, che -sorta di piccola falange- opponga al nemico una
formazione chiusa, impossibile da aprirsi senza la necessaria malizia
tattica: questa unità è, naturalmente, la coorte, che Scipione per
primo mette in campo in Spagna.
E' quindi grazie a lui che Roma differenzia i suoi eserciti:
in Oriente essa oppone alla più massiccia delle formazioni chiuse, la
falange macedone, la superiorità dei suoi legionari nel corpo a
corpo, mentre in Occidente contrasta la pericolosa ferocia
individuale dei guerrieri spagnoli con la compattezza delle sue
coorti. L'euretes, l'inventore della coorte è dunque l'Africano.
Dovendo affrontare i barbari del nord, che hanno le stesse
caratteristiche, Caio Mario non fa che generalizzare il provvedimento
scipionico. Se ha ragione chi scrive, l'Africano è, altresì, colui
che, per primo, ha importato dalla cultura politica dei Greci una
nozione che diverrà, in seguito, peculiare del mondo romano: quella
di deterrente ("Si vis pacem, para bellum").Credo che queste poche
linee siano sufficienti a rispondere al quesito circa la grandezza,
davvero immensa, di Scipione (la rivoluzione tattica dell'Occidente,
del resto,e è spiegata assai più in dettaglio nel mio libro, dal
titolo "Il guerriero, l'oplita, il legionario", Ed. Il Mulino,
Bologna 2002).
In certo senso opposta è la figura di Cesare.Come afferma
Cicerone (de off.III, 4), degli scritti di Scipione non esisteva più
nulla già negli ultimi secoli della repubblica; ed è perduta anche la
Vita di Plutarco.Certo, conosciamo le sue gesta attraverso Livio e
Polibio; ma i Commentarii cesariani svolgono in modo assai più
efficace la loro funzione propagandistica. Cesare, naturalmente, è
immenso a sua volta. Ben nota è, per esempio, l'eccellenza dei suoi
reparti del genio (guidati, però, da un uomo come Vitruvio...); ben
nota è la sua attenzione sia al potenziamento della cavalleria, sia
al perfezionamento di alcuni particolari dell'armamento; e, certo,
tipica del grandissimo generale è la sua celeritas, la fulminea
rapidità di ideazione e di esecuzione. E tuttavia -forse perché lo
strumento di cui dispone gli sembra praticamente perfetto- Cesare non
è un innovatore.L'unico vero, grande sviluppo da lui promosso è una
straordinaria catena di comando, che valorizza i quadri intermedi: i
suoi centurioni sono, in effetti, assolutamente leggendari.
Ultima parte della risposta: cosa resta di uomini del genere,
oltre alle loro riforme? Restano, ancora una volta, le testimonianze
degli storici e dei biografi, e, naturalmente- i loro
scritti,probabilmente spesso, in certa misura, una sorta di memoria
tecnica. Di questi testi si nutrono i loro emuli: tra le letture di
Annibale, per esempio,dovettero esservi le Praxeis di Callistene e le
Effemeridi reali di Eumene di Cardia; la Storia di Tolemeo Sotere e
le Memorie di Pirro; gli scritti di Prosseno, forse i diari di
Santippo.