CHIEDILO ALL'ESPERTO

 

 

Prof. Giovanni Brizzi
Professore Ordinario di Storia Romana alla Facoltà di Lettere e Filosofia all’Università di Bologna. Insignito delle Palme Accademiche francesi e di un premio dell'Accademia dei Lincei.

 

Domanda n. 1

Domanda n. 2

Domanda n. 3

 

GENNAIO 2004
CONFRONTO TRA LE TECNICHE MILITARI ROMANE DEL PERIODO PUNICO (PRE E POST-SCIPIONE) E QUELLE DELLA TARDA REPUBBLICA (GUERRA GIUGURTINA, CONTRO I GERMANI, GUERRA SERVILE, GUERRA SOCIALE, GUERRA MITRIDATICA, GUERRE CIVILI)

(1)
Quali differenze caratterizzano l'esercito romano nel
fronteggiare un avversario come i Cartaginesi -
abituati, per la propria natura di esercito costruito
sulla popolazione di una sola città, a "guerre lampo"-
e i Germani, che non condividono invece l'esigenza dei
Punici?
di Manius Constantinus Serapio

Non direi che sia Cartagine a praticare per prima la guerra-lampo.
Il primo fu Alessandro; e questa divenne una tradizione ellenistica,
come ricorda Polibio (XXXV, 1). Quello punico è, comunque, un
esercito organizzato, che, nel suo momento migliore, ha perfezionato
in qualche modo, adattandole al mondo occidentale, le tattiche
greche. Le forze barbariche, al contrario, sono molto diverse; sono
composte di guerrieri, non di soldati. Si fanno sempre più rare, in
età imperiale, le grandi battaglie campali. Alla vigoria fisica,
spesso superiore, dei guerrieri settentrionali i Romani oppongono la
loro disciplina a tutta prova e il loro formidabile addestramento, un
armamento individuale e collettivo incomparabilmente superiore e
capacità tecniche e ingegneristiche addirittura inconcepibili per i
nemici. Fino al secondo secolo e oltre la superiorità delle legioni è
tale che i Germani e gli altri barbari del centro Europa tendono a
praticare un'azione basata quasi solo su guerriglia e imboscate,
sfruttando per i rari confronti le irregolarità del terreno o il
fondo paludoso, che possono rendere più difficile l'azione collettiva
dell'esercito romano.

(contro-domanda)
Le volevo chiedere, in merito alla III domanda di cui sopra: i Romani non hanno quindi dovuto modificare le loro strategie e tattiche per affrontare avversari così diversi (Ellenici e Cartaginesi da una parte, barbari europei dall'altra)? E come si spiegano le prime disfatte contro i barbari del II secolo a.C., in territorio francese, disfatte che portarono il terrore nell'Urbe, di una nuova invasione gallica? Si spiegano solo con l'imperizia dei comandanti romani? Cambiò qualcosa Mario, oltre a mettervi del proprio genio, pochi anni dopo, quando vinse ai Campi Raudii e ad Aquae Sextiae?
di Lucius Iulius Sulla

Credo che la risposta l'abbia data Lei stesso. Le tattiche
non sono, in fondo, molto diverse (addirittura, secondo me, la battaglia
dei Campi Raudii ricorda in qualche cosa, nell'uso del centro romano -le
meno numerose legioni di Lutazio Catulo- per attirare l'attacco dei nemici,
poi avviluppati alle ali dalle forze di Mario, la battaglia di Canne). Le
cose avevano però cominciato a cambiare, dalla guerra annibalica in poi,
soprattutto a livello di uomini; e, in particolare tra i rampolli della
nobilitas, cominciava a farsi sempre più pronunciata la renitenza a servire
sotto le armi (Mario non perde occasione per sottolinearlo, e Cicerone -per
es. Pro Fonteio 42- lo conferma oltre ogni dubbio). Nel momento dello
scontro con i Cimbri e i Teutoni pesavano poi, oltre alla generale
svogliatezza delle truppe sia la discordia esistente tra ottimati e
populares -e l'esempio di Arausio è, io credo, assai significativo-, sia
l'irritazione degli Italici, arruolati in numero sempre maggiore senza
ancora essere cittadini (per questo avrebbero combattuto, pochi anni dopo,
una guerra durissima contro Roma, la cosiddetta guerra sociale!). In
contrasto tra loro i comandanti (oltretutto non particolarmente
brillati...), neghittose le truppe: le ragioni delle ripetute sconfitte
stanno a mio avviso solo qui.