CHIEDILO ALL'ESPERTO

 


Prof. A. Cristofori
Prof. A. Cristofori è un noto storico dell'Università di Bologna, autore di numerose pubblicazioni sull'Egitto Romano, l'Italia Romana, la Spagna sotto Roma Antica, Cartagine e l'epigrafia latina.

Domanda n. 1

Domanda n. 2

Domanda n. 3

 

MARZO 2004
L'ITALIA ROMANA: la conquista Repubblicana dell'Italia, la sua organizzazione, l'amministrazione e l'evoluzione durante l'Impero

(1)
Fino in tarda epoca repubblicana la storia ci testimonia che l'Italia non era uno stato unitario sotto l'egida di Roma ma una confederazione di nazioni Italiche legate a Roma (talvolta assai strettamente). La guerra sociale, iniziata prima della morte di Caio Mario, fornisce la misura di questo corpo frammentato che, tuttavia, desiderava uniformarsi giuridicamente a Roma.
Vengo alla domanda: come e quando si creeranno le condizioni per poter considerare l'Italia tutt'uno con Roma?
Possiamo ritenere che questo processo di unificazione e assimilazione chiuda definitivamente il periodo di Roma intesa come città/stato?
Aelius Solaris Marullinus

La domanda è assai complessa e richiederebbe, per trovare una risposta compiuta, spazio assai maggiore di quello a disposizione in questa sede. Mi limiterò dunque ad abbozzare alcuni problemi, che spero possano essere di spunto per riflessioni ulteriori.
In primo luogo è necessario accordarsi sui termini della questione e sui parametri da prendere in considerazione per parlare di unificazione. Il primo problema da chiarire è quello dei limiti geografici dell'Italia romana che, come è noto, non coincisero mai con i confini geografici naturali né con quelli dell'attuale nazione: riferendomi al momento augusteo, che come vedremo rappresenta un momento di arrivo del processo di unificazione, è bene chiarire che nell'Italia romana non erano comprese la Sicilia e la Sardegna, che avevano lo statuto di province. Qualche differenza si aveva anche ai confini settentrionali: erano al di fuori dell'Italia le vallate superiori del Piemonte e parte dell'Alto Adige, mentre vi erano compresi l'attuale Canton Ticino e buona parte dell'Istria.
Un primo parametro, certamente fondamentale, è quello dell'equiparazione dello status giuridico fra gli abitanti di Roma e quelli dell'Italia. A questo proposito, come giustamente si rileva già nella domanda, la guerra Sociale del 91-88 a.C. rappresenta uno spartiacque. Per venire a capo della rivolta degli alleati, Roma comprese che erano necessarie delle concessioni: un primo provvedimento consentì ai comandanti degli eserciti romani di concedere la cittadinanza agli alleati che combattevano ai loro ordini; la lex Iulia de civitate del 90 a.C. allargava la concessione ai socii rimasti fedeli (tra i quali anche le colonie latine) e ai ribelli che avessero deposto le armi entro un breve lasso di tempo; nell'anno seguente una lex Plautia Papiria estese lo statuto romano a coloro che si fossero recati a Roma per farsi registrare dal pretore entro 60 giorni dalla promulgazione della legge. Alla fine della guerra, di fatto, la cittadinanza romana era estesa a tutta la penisola a sud del Po: gli abitanti della Transpadana, che prima della guerra erano nella condizione di socii, ricevettero infatti solamente il diritto latino, a seguito di una lex Pompeia promulgata nel 89 a.C. da Cn. Pompeo Strabone; solo le vecchie colonie latine, come Cremona e Aquileia, avevano la piena cittadinanza romana. La Cisalpina rimase in effetti per quasi un cinquantennio in una condizione paradossale: nonostante fosse profondamente romanizzata, restava una provincia, nella cui sezione settentrionale la cittadinanza romana era ancora piuttosto rara. Il paradosso si risolse fra il 49 a.C., quando Cesare estese la piena cittadinanza romana a tutti gli abitanti della Transpadana, e il 42 a.C., quando la provincia di Cisalpina fu abolita ed integrata nell'Italia.
Ma la concessione della cittadinanza in sé non significava molto: per esercitare i loro diritti civici i neocittadini dovevano essere iscritti nelle liste del censimento e nelle tribù, che costituivano le unità di voto della più importante delle assemblee popolari di Roma, i comizi tributi. La questione si trascinò a lungo dopo la conclusione della guerra Sociale: per limitare gli effetti, potenzialmente dirompenti, dell'ingresso di migliaia di nuovi votanti nel corpo elettorale si pensò di inserire i neocittadini in alcune tribù di nuova creazione o solamente in 8 delle vecchie tribù. Alla fine i nuovi cives Romani furono iscritti in tutte le 35 tribù, ma lo scoppio della guerra civile tra la fazione sillana e quella mariana e il turbolento periodo politico che seguì fece sì che solamente nel censimento del 70-69 a.C. l'estensione della cittadinanza romana a tutti gli abitanti della penisola trovasse un qualche riscontro effettivo. Si deve peraltro dubitare che questa registrazione fotografasse in modo adeguato la nuova situazione. Le fonti ricordano che il numero dei censiti del 70-69 a.C. fu di 900.000 (secondo Livio) o 910.000 (secondo Flegonte di Tralles), ma sappiamo che per essere censiti i cittadini dovevano recarsi a Roma: non tutti i nuovi cives Romani evidentemente potevano permettersi il lungo e costoso viaggio nella capitale. Lo spettacolare aumento del numero di cittadini romani del censimento del 28 a.C. (4.028.000 secondo le Res gestae divi Augusti) era presumibilmente dovuto anche al fatto che le operazioni in quell'anno furono decentrate nei municipi dell'Italia, riducendo così ad una proporzione trascurabile il numero dei cittadini che sfuggivano al censimento.
Un secondo aspetto riguarda l'esercizio effettivo dei diritti e dei doveri connessi allo status di cittadino romano da parte degli abitanti dell'Italia.
Il diritto elettorale attivo e passivo, di fatto fu esercitato solamente dall'élite dei nuovi cittadini italici: le operazioni di voto, come quelle di censimento, si svolgevano a Roma e difficilmente un piccolo contadino di Mutina o di Bononia, per fare un esempio, poteva giudicare opportuno abbandonare il suo campo per partecipare alle assemblee di Roma. Le aristocrazie italiche tuttavia riuscirono a sfruttare le occasioni di integrazione offerte dal loro nuovo statuto: in età augustea effettivamente il Senato era divenuto un'assemblea dei notabili italici, anche a causa del fatto che le guerre civili avevano colpito duramente la vecchia aristocrazia romana e aperto le porte ad un ricambio delle classi dirigenti. La fase augustea del resto rappresenta il coronamento di un processo di integrazione e assimilazione delle classi dirigenti italiche che Roma aveva perseguito coerentemente durante tutto il periodo della sua espansione, tranne che nei decenni immediatamente precedenti la guerra Sociale, che avevano visto prevalere un atteggiamento di chiusura.
L'integrazione delle classi popolari dell'Italia avvenne piuttosto attraverso il servizio nelle legioni, riservato ai cittadini romani. Fu grazie alla milizia negli eserciti romani che i nuovi cittadini romani poterono partecipare ai benefici dell'Impero, in particolare attraverso la distribuzione del bottino di guerra e di terre al momento del congedo, e recuperarono anche un certo spazio di azione politica: non attraverso le tradizionali strutture repubblicane, in particolare il diritto di voto nelle assemblee popolari, dal quale di fatto, se non di diritto, erano largamente esclusi, ma piuttosto attraverso il rapporto di clientela che li legava al loro comandante. Negli ultimi anni dell'età repubblicana la voce dell'Italia si fa sentire soprattutto attraverso gli eserciti di Cesare, Pompeo, Antonio ed Ottaviano.
Un secondo aspetto concerne l'unificazione delle strutture amministrative e giuridiche. Anche in questo caso la guerra Sociale rappresenta un momento di svolta: l'integrazione degli italici nella cittadinanza romana implica la riorganizzazione dei vecchi stati alleati nelle forme di municipia civium Romanorum, con un'organizzazione politica che ha moltissimi tratti in comune.
Un terzo livello riguarda l'unificazione culturale dell'Italia. Anche in questo caso è probabilmente opportuno distinguere la sorte delle classi dirigenti da quella degli strati popolari. L'unificazione dell'élite dell'Italia può dirsi largamente compiuta già nel II sec. a.C.: vi è un linguaggio artistico e letterario comune, fortemente influenzato dalla cultura ellenistica, e vi è una lingua franca comune, il latino. L'assimilazione procedette più lentamente tra i ceti più umili: riguardo all'unificazione linguistica rimando alla domanda 2, ma in sintesi si può dire che il processo veda un punto di arrivo, per quanto parziale, solo in età augustea. A proposito degli aspetti culturali va peraltro ricordato che forse, piuttosto che di unificazione, si dovrebbe parlare di riunificazione, visto che fino al VI sec. a.C. le tracce di una comune civiltà italica sono molto evidenti.
Come credo risulti evidente, io penso che il processo di unificazione dell'Italia trovi un suo momento conclusivo nell'età di Augusto. È solo in questo periodo che possiamo tentare di dare una definizione del concetto di Italia. La formulazione più immediata è quella in negativo: l'Italia non è una provincia, e i suoi abitanti, a differenza dei provinciali, non sono sottoposti ad una tassazione diretta sulle loro proprietà e sulle loro persone; la giurisdizione non è affidata ad un governatore inviato da Roma, ma è nelle mani degli stessi magistrati locali eletti nelle singole comunità; infine in Italia non sono stanziate le truppe di guarnigione che vigilano sulle province (l'Italia non è comunque completamente indifesa, ma le truppe che vi sono stazionate hanno un carattere sostanzialmente differente da quelle che sono presenti nelle province: si tratta delle coorti pretoriane, propriamente la guardia del corpo dell'imperatore, accasermate a Roma, e delle due squadre della flotta imperiale che hanno base rispettivamente a Classe, nei pressi di Ravenna, e a Miseno, sul golfo di Napoli).
È tuttavia possibile avanzare anche qualche definizione in positivo. Il carattere più evidente di questa Italia romana è dato dal fatto che tutti i suoi abitanti di libera condizione possiedono la piena cittadinanza. Questa tuttavia è solo una condizione necessaria, ma non sufficiente: vi sono infatti cittadini romani che risiedono nelle province. Ai cittadini dell'Italia sono riservati alcuni privilegi, come per esempio quello di potere esercitare le vecchie magistrature repubblicane di Roma, almeno fino all'età di Claudio (dal momento che in età tardorepubblicana conosciamo qualche senatore di origine provinciale è probabile che questo privilegio sia stato introdotto da Augusto). In età augustea ricordiamo inoltre la creazione di seggi distaccati nei municipi dell'Italia, che consentiva ai consiglieri municipali di votare nelle loro città, invece di recarsi a Roma, come di regola. Agli italici inoltre era riservato, almeno per la prima età imperiale, il diritto di essere iscritti negli elenchi da cui venivano tratti i membri delle giurie dei tribunali permanenti, le quaestiones perpetuae, e di entrare a far parte del corpo d'élite dell'esercito romano, le già ricordate coorti pretoriane.
L'equilibrio raggiunto durante l'impero di Augusto fu comunque precario, per una semplice ragione: la romanizzazione dell'Italia procedeva di pari passo con la romanizzazione dell'Impero. A questo proposito è opportuno ricordare che Roma aveva esteso il suo dominio su alcune regioni transmarine, come la Sicilia, la Sardegna e la Spagna prima di assumere il pieno controllo dell'Italia settentrionale.; nel momento in cui Augusto portava i confini dell'Italia romana alle Alpi, l'Impero si estendeva già su tre continenti.
In effetti la storia dell'Impero segna una progressiva perdita del ruolo speciale che l'Italia aveva rivestito nello stato romano negli ultimi anni della Repubblica e in età augustea: già con Claudio l'accesso alle vecchie magistrature repubblicane e al Senato è aperto ai notabili della Gallia Transalpina; nei decenni seguenti la classe dirigente dell'Impero si apre sempre di più ai provinciali, fino al momento in cui, alla fine del II sec. d.C., in Senato gli Italici rappresentano una minoranza. Di pari passo si estende progressivamente la cittadinanza romana, fino alla celebre constitutio Antoniniana promulgata da Caracalla nel 212 d.C., che concedeva la civitas a tutti gli abitanti liberi dell'Impero.
Più a lungo durarono i privilegi militari dell'Italia: solo sul finire del II sec. d.C. Settimio Severo decide di porre stabilmente una guarnigione legionaria nei pressi di Roma, ad Albano: la II legione Partica qui stanziata doveva probabilmente fare da contrappeso alle coorti pretoriane, che del resto Settimio Severo aveva profondamente riorganizzato, sciogliendo il vecchio corpo formato da Italici e ricreandolo con elementi tratti dai suoi fidati soldati di origine pannonica.
I vantaggi di ordine fiscale si mantennero sostanzialmente immutati fino alle riforme dioclezianee, anche se occasionalmente alcune città provinciali, come per esempio Leptis Magna sotto Settimio Severo, ottennero il cosiddetto ius Italicum, cioè la completa equiparazione all'Italia dal punto di vista della tassazione.
Dal punto di vista amministrativo a partire da Marco Aurelio l'Italia è suddivisa in distretti, in ciascuno dei quali l'amministrazione della giustizia viene affidata ad un funzionario, detto iuridicus, nominato dall'imperatore; un'anticipazione di questo provvedimento si era peraltro avuta già sotto Adriano, che aveva incaricato della giurisdizione sull'Italia quattro ex-consoli. Non si tratta ancora di una vera provincializzazione dell'Italia, di cui si può forse parlare per il III sec. d.C., quando l'imperatore può affidare, seppure temporaneamente, il governo di una regione italica ad un corrector, e certamente a partire da Diocleziano, che istituzionalizza la divisione dell'Italia in 12 province. La riforma dioclezianea affonda comunque le sue radici nei provvedimenti di Marco Aurelio.
In definitiva, fu la dimensione "universale" dell'Impero romano ad impedire che si precisasse una dimensione "nazionale" dell'Italia romana: per usare una efficacissima definizione di Andrea Giardina, quella dell'Italia rimase sempre un'identità incompiuta. Direi che il problema dell'unità dell'Italia romana è più moderno che antico: non a caso il dibattito sulla possibilità stessa di fare dell'Italia antica un soggetto di studio unitario nasce nel XIX secolo, sulla spinta del confronto politico sulla riunificazione del paese e sulle forme del suo governo (il federalista Carlo Cattaneo è una figura importante in questo sviluppo).
Per quanto concerne il secondo quesito compreso in questa domanda, evidentemente vi è un rapporto fra l'unificazione dell'Italia e la trasformazione delle strutture politiche di Roma, da quelle di una città-stato a quelle di uno stato imperiale, ma non credo si tratti di una semplice relazione di causa ed effetto. Già alla vigilia della I guerra punica (quando la romanizzazione dell'Italia stava muovendo i primi passi), lo stato romano aveva perso una delle caratteristiche essenziali della polis: un'estensione e un numero di abitanti relativamente limitato, che assicurassero ai cittadini la possibilità di partecipare in forma diretta all'attività politica. D'altro canto, alla vigilia del Principato augusteo, le forme di governo di Roma restavano ancora formalmente quelle di una città-stato, anche se il grado di unificazione dell'Italia avevano ormai quasi raggiunto il suo apice. Le riforme di Augusto, che indubbiamente mutarono in modo profondo le strutture di Roma, dipendevano certo dal fatto che l'imperatore poteva reclutare la nuova classe dirigente su una base più ampia che in passato, l'intera Italia romana, ma discendevano soprattutto dalla necessità di governare un impero mediterraneo.

Per saperne di più
• J.-M. David, La romanizzazione dell'Italia, Roma - Bari 2002 (traduzione italiana di La romanisation de l'Italie, Paris 1994.
• E. Gabba, Il problema dell'"unità" dell'Italia romana, "La cultura italica", a cura di E. Campanile, Pisa 1978, pp. 11-27; ora in E. Gabba, Italia romana, Como 1994, pp. 17-31.
• E. Gabba, Alcune considerazioni su una identità nazionale nell'Italia romana, "Geographia Antiqua", 7 (1998), pp. 15-21.
• A. Giardina, L'Italia romana. Storie di un'identità incompiuta, Roma - Bari 1997, particolarmente il cap. I L'identità incompiuta dell'Italia romana.