CHIEDILO ALL'ESPERTO

 


Prof. A. Cristofori
Prof. A. Cristofori è un noto storico dell'Università di Bologna, autore di numerose pubblicazioni sull'Egitto Romano, l'Italia Romana, la Spagna sotto Roma Antica, Cartagine e l'epigrafia latina.

Domanda n. 1

Domanda n. 2

Domanda n. 3

 

MARZO 2004
L'ITALIA ROMANA: la conquista Repubblicana dell'Italia, la sua organizzazione, l'amministrazione e l'evoluzione durante l'Impero

(2)
L'unificazione linguistica dell'Italia

La domanda richiede una breve introduzione di carattere metodologico sulla documentazione. Purtroppo le fonti a nostra disposizione non ci consentono di avere certezze assolute né sui tempi, né sulla profondità della diffusione del latino scapito delle altre lingue. La documentazione in nostro possesso è in effetti assai lacunosa e non riguarda che le forme scritte, mentre ci sfugge completamente l'uso nel parlato. Riferire di percentuali della popolazioni parlante latino piuttosto che una lingua dell'Italia preromana in un dato momento dello sviluppo della storia dell'Italia antica è pertanto assolutamente impossibile.
La valutazioni che siamo in grado di fare sono piuttosto "impressionistiche" e si fondano, oltre che su qualche accenno degli autori greci e latini e sulle sopravvivenze delle lingue preromane nei dialetti dell'Italia moderna, sostanzialmente sulla documentazione epigrafica.
Il momento di svolta dell'unificazione linguistica dell'Italia pare essere il II secolo a.C. In questa età il dominio di Roma sull'Italia si consolida, raggiungendo la pianura padana, come abbiamo visto trattando di un'altra domanda; parallelamente si diffonde il latino. Certo non è la lingua letteraria che siamo abituati a conoscere: è piuttosto la lingua parlata dei soldati, dei veterani, dei coloni e dei mercanti o, al limite, la lingua scritta dell'amministrazione, che certo risente del latino letterario, ma conserva una sua peculiarità. Ma è anche la lingua della città egemone dell'Italia: conoscere il latino probabilmente doveva conferire una dignità e un prestigio speciali ad un abitante di un piccolo centro, poniamo, umbro o piceno.
La latinizzazione dell'Italia non viene tuttavia imposta da Roma, ma è piuttosto il risultato di spinte di vario tipo: in primo luogo naturalmente il latino si diffonde nella penisola grazie ai coloni provenienti da Roma e dal Lazio; dalle isole costituite dalle colonie romane e latine la lingua di Roma deve essersi diffusa nelle zone circostanti, forse soprattutto a seguito di matrimoni misti con gli indigeni. Anche i mercanti e i soldati possono avere avuto un ruolo in questo senso, sebbene di portata probabilmente minore. Vi è poi da considerare che lungo tutto il corso del I sec. a.C., con l'insediamento dei veterani degli eserciti di Silla, di Cesare e dei triumviri, in Italia si assiste ad un vero e proprio rimescolamento demografico, dal quale indubbiamente il latino dovette uscire rafforzato: pare abbastanza ovvio in effetti che un veterano, poniamo di madrelingua osca e insediato in una colonia dell'Italia settentrionale, per comunicare con i suoi nuovi concittadini che provenivano magari dall'Etruria, dal Piceno o dalla Sabina abbia usato come una sorta di "lingua di scambio" il latino.
Al di là di queste considerazioni generali, vale la pena esaminare qualche caso concreto relativo ad alcune aree linguistiche dell'Italia la cui documentazione è abbastanza significativa.
Nella zona umbra la penetrazione del latino è un fenomeno molto lento e privo di stacchi, che si dipana dagli inizi del II sec. a.C. per concludersi alla metà del I sec. a.C. Prima della lingua arrivò probabilmente l'alfabeto: risale per esempio al II sec. a.C. un'iscrizione di Foligno che ricorda la costruzione di una fontana da parte dei marones (sommi magistrati delle città umbre) Tito Foltonio e Sesto Petronio; il documento, in lingua umbra, è scritto in caratteri latini. Nella vicina Todi l'iscrizione sepolcrale di un tale Lars Dupleio è ancora scritta con caratteri etruschi, quelle della figlia e del nipote appaiono già redatte nell'alfabeto latino. Nella seconda metà del II sec. a.C. abbiamo le prime attestazioni dell'uso della lingua latina. Uno degli esempi più antichi è rappresentato da un graffito su un recipiente con il nome della proprietaria (vedi A. Degrassi, Inscriptiones latinae liberae rei publicae, Firenze 1963-1965, II, 1206; l'iscrizione è bilingue, il nome compare in effetti prima nella forma umbra Numesier Varea Folenia, "Varia, (moglie) di Numerio Folenio", poi nella forma latina semplificata Nomesi Varia (si tratta pur sempre di un latino arcaico: in latino classico avremmo Numeri Varia): siamo insomma in una fase in cui il latino si affianca alla lingua indigena e si prepara a soppiantarla. Negli anni immediatamente seguenti la guerra sociale del 91-88 a.C. la lingua umbra mantiene peraltro una sua vitalità, sebbene nell'uso religioso, che è particolarmente conservatore (basti pensare alla resistenza del latino nella liturgia cattolica): anche le Tavole di Gubbio più recenti sono scritte in lingua umbra, anche se in alfabeto latino, mentre i primi esempi di questa straordinaria serie documentale, una delle più importanti per la conoscenza delle lingue dell'Italia preromana, erano redatte in alfabeto etrusco.
Nella vicina Etruria la marcia del latino sembra concludersi leggermente più tardi: è vero che un testo dedicatorio in latino proveniente da S. Giuliano, nell'Etruria meridionale (attuale provincia di Viterbo) potrebbe risalire addirittura al III sec. a.C. (vedi Corpus Inscriptionum Latinarum, I2, 4, 2870), ma le iscrizioni redatte esclusivamente in lingua latina rimangono rarissime per tutto il II sec. a.C., mentre le bilingui latino-etrusche sono piuttosto numerose fino nel sec. a.C. Per quanto concerne le ultime attestazioni epigrafiche della lingua etrusca, nonostante le molte incertezze legate alla difficoltà di datazione della maggior parte dei testi, un punto fermo ci forse dato dalla tomba degli Hepenii ad Asciano, nel territorio di Siena, nella quale sono state ritrovate tre urne con iscrizione etrusca contenenti monete di Augusto (su questo documento vd. W.V. Harris, Rome in Etruria and Umbria, Cambridge 1971, p. 179); documenti in lingua etrusca all'incirca coevi vengono da Arezzo e dal sepolcro dei Volumnii di Perugia. L'impressione è che nell'Etruria settentrionale e centrale, in particolare nelle località più distanti dalle grandi vie di comunicazione come Asciano, la lingua etrusca rimanga in uso fino ai decenni finali del I sec. a.C.; nella parte meridionale della regione, invece, il latino era già diventato prevalente verso l'80-70 a.C., come mostra l'analisi dei testi riportati nella cosiddetta Tomba delle Iscrizioni di Cere. Dopo il I sec. a.C. la conoscenza della lingua etrusca sembra limitarsi ad alcuni termini, legati alle pratiche religiose proprie del popolo etrusco, come l'aruspicina, e noti solo ad una ristretta cerchia di eruditi. A questo proposito si invoca spesso una discussa notizia di Ammiano Marcellino (XXIII, 5, 10): secondo questo storico ancora nel 363 d.C. gli aruspici al seguito dell'ultimo imperatore pagano, Giuliano, sarebbero stati in grado di leggere i loro libri sacri: si trattava di libri scritti in etrusco? Il passo di Ammiano Marcellino non consente di dare risposte certe a questo interrogativo.
Nella vasta area linguistica osca dobbiamo distinguere tra la regione costiera del Tirreno e le aree più interne dell'Appennino centro-meridionale. Sulla costa l'arrivo del latino è relativamente precoce: Livio (XL, 43, 1) narra che "Quell'anno [il 180 a.C.] fu concesso ai Cumani, dietro loro richiesta, di usare il latino come lingua ufficiale e i banditori pubblici ebbero diritto di trattare le vendite in latino". Il fatto che a Cuma, antichissima colonia greca caduta nelle mani di popolazioni osche già alla fine del V sec. a.C., il latino non solo venisse adottato come lingua ufficiale dell'amministrazione, ma anche per proclamare i bandi pubblici, dimostra che la lingua nei primi decenni del II sec. a.C. doveva essersi diffusa anche tra gli strati popolari, ai danni del greco e dell'osco.
Nelle zone interne i progressi del latino furono molto più lenti: ancora nei primissimi anni del I sec. a.C. a Pietrabbondante i graffiti che appaiono su una tegola attestano che nelle officine ceramiche lavoravano fianco a fianco operai parlanti osco e latino (vedi P. Poccetti, Nuovi documenti italici a complemento del Manuale di E. Vetter, Pisa 1979, pp. 42-43, n°21). Negli anni immediatamente seguenti attestano la vitalità dell'osco le legende della monetazione degli insorti italici (E. Vetter, Handbuch der italischen Dialekte, Heidelberg 1953, n° 200g), in cui la scelta linguistica ha indubbiamente un valore politico, e soprattutto la costituzione della città di Bantia, in Lucania, uno dei documenti più importanti per la conoscenza della lingua osca (Vetter, cit., n°2 e Poccetti, cit., pp. 132-136, n° 185). Ma proprio la Tavola Bantina mostra i progressi compiuti dal latino, sebbene in forma nascosta. Il testo è in osco, ma riflette strutture linguistiche e mentali romane e latine: basti pensare alla formula perum dolom mallom dietro la quale non è difficile vedere l'espressione latina sine dolo malo. Non conosciamo documenti in osco sicuramente databili alla prima metà del I sec. a.C., se si eccettuano i discussi testi dipinti di Pompei, pubblicati da Vetter, cit., nn. 23-35, la cui redazione viene posta da alcuni studiosi a ridosso della distruzione della città nel 79 d.C., ma che altri preferiscono porre molti decenni prima.
Un discorso totalmente a parte deve essere fatto per la lingua greca, il cui uso in alcune vecchie colonie elleniche dell'Italia meridionale si prolunga fino agli ultimi anni dell'età repubblicana e addirittura nella piena età imperiale. Le testimonianze sulla permanenza della cultura greca a Napoli, Velia, Reggio, Locri e Taranto sono relativamente numerose, ma la prova più esplicita dell'uso della lingua è costituita da un celebre passo della Vita di Nerone di Svetonio, in riferimento a Napoli. Al capitolo 20 il biografo, soffermandosi sulla passione di quell'imperatore per il canto, ricorda: "Debuttò a Napoli e, quantunque un terremoto improvviso avesse diroccato il teatro, non smise di cantare se non dopo aver terminato il suo pezzo. Si fece ascoltare molte volte e per più giorni; per di più una volta che si era preso un momento di riposo per rinfrancare la voce, insofferente di quella solitudine, uscito dal bagno ritornò in teatro e, dopo aver mangiato in mezzo all'orchestra, in presenza di una folla considerevole promise, parlando in greco, di far sentire qualcosa di più sonoro. Affascinato dalle lodi cantate in suo onore dagli abitanti di Alessandria, ne fece venire ancora di più da quella città". Accanto al passo svetoniano potremmo ricordare anche il buon numero di iscrizioni greche di età tardorepubblicana o altoimperiale provenienti da Velia, Reggio, Locri, Taranto e soprattutto Napoli, dove ancora nel II sec. d.C. si incidono eleganti testi in lingua ellenica (raccolti e studiati recentemente da E. Miranda, Iscrizioni greche d'Italia. Napoli, Roma 1990-1995).
Le ragioni di questo fenomeno sono principalmente due: in primo luogo il prestigio di cui continuò a godere la cultura greca per tutto il periodo romano, che mise in certa misura al riparo anche la lingua ellenica dall'offensiva del latino. In secondo luogo la continuità di contatti tra queste isole di grecità dell'Italia meridionale con i paesi dell'Oriente mediterraneo nei quali il greco era la madrelingua o comunque la lingua franca di uso comune: probabilmente fu anche grazie all'arrivo di elementi orientali ellenofoni che la grecità in alcuni luoghi dell'Italia meridionale riuscì a resistere tanto a lungo: si ricordi la folla di Alessandrini che a Napoli partecipò al trionfo teatrale di Nerone nella testimonianza di Svetonio citata sopra. Ancora oggi in Italia meridionale, in particolare nelle province di Reggio Calabria e Lecce, esistono piccole minoranze linguistiche greche: nel 1924 un celebre studioso, Gerhard Rohlfs propose di vedervi i segni di un'ininterotta continuità culturale greca dai tempi della colonizzazione fino ad oggi (G. Rohlfs, Griechen und Romanen in Unteritalien. Ein Beitrag zur Geschichte der unteritalischen Gräzität, Florenz - Genf 1924; traduzione italiana Scavi linguistici nella Magna Grecia, Roma 1933). L'ipotesi suscitò vivaci discussioni, in particolare da parte di quegli studiosi che preferivano ricondurre le minoranze ellenofone del Mezzogiorno all'occupazione bizantina nei secoli dell'Alto Medioevo. Ma forse l'una teoria non esclude l'altra: non è impossibile in effetti che la presenza bizantina a partire dal VI sec. d.C. abbia rinnovato e rivitalizzato una grecità "classica" che non si era ancora completamente estinta.
Ben poco si può invece dire, a causa della pochezza della documentazione relativa, a proposito delle lingue dell'Italia settentrionale: nella pianura padana, a quanto pare, gli idiomi locali vennero sostituiti abbastanza precocemente dal latino, in conseguenza delle gravi perdite umane che le popolazioni galliche avevano subito durante le guerre di conquista e dell'intensa colonizzazione ad opera di popolazioni provenienti dall'Italia centro-meridionale tra la fine del III sec. a.C. e la fine del secolo seguente. Ma sarebbe logico attendersi che le lingue locali, celtiche e retiche, abbiano resistito molto più a lungo nell'area alpina, che entrò nel pieno controllo di Roma solo con Augusto.
Nonostante il permanere di alcune "isole" linguistiche in cui gli idiomi diversi dal latino erano ancora usati ufficialmente, si può affermare che in età augustea il latino era compreso da tutti gli abitanti dell'Italia e universalmente usato nei contesti pubblici. Probabilmente le lingue preromane resistevano a livello di parlato negli ambiti familiari e locali, in particolare tra le classi popolari (azzarderei un paragone con il rapporto fra italiano e dialetti nell'Italia di qualche decennio fa, naturalmente con tutte distinzioni necessarie per due situazioni tanto differenti), ma le fonti, come si ricordava all'inizio, sono sostanzialmente mute a questo proposito.
Che la latinizzazione, almeno a livello degli strati colti della popolazione dell'Italia romana, sia stata abbastanza profonda, sarebbe dimostrato secondo alcuni studiosi dalla sostanziale uniformità della lingua, che nelle sue manifestazioni epigrafiche e letterarie non mostrerebbe varianti regionali, influenzate dalle lingue preromane.
I segni di una persistente vitalità del sostrato linguistico preromano si possono forse notare, più che nelle peculiarità del latino dell'Italia antica, nei dialetti locali dell'Italia moderna, nei quali, come un fiume carsico, riemergono alcune differenze regionali risalenti a molti secoli prima. Solo due semplicissimi esempi: l'assimilazione di nd e mb in nn e mm che ritroviamo in molti dialetti dell'Italia centrale (si pensi per esempio al romanesco monno dal latino mundus, mentre in italiano abbiamo mondo) risale forse ad una particolarità della pronuncia osca, testimoniata in età romana per esempio dalla grafia Verecunnus (per Verecundus) di un'iscrizione pompeiana. Anche la spirantizzazione delle consonanti tenui, in particolare la gutturale c, nei dialetti della Toscana, può forse risalire a fenomeni della pronuncia etrusca, anche se per la verità il tema è molto dibattuto.