CHIEDILO ALL'ESPERTO

 


Prof. A. Cristofori
Prof. A. Cristofori è un noto storico dell'Università di Bologna, autore di numerose pubblicazioni sull'Egitto Romano, l'Italia Romana, la Spagna sotto Roma Antica, Cartagine e l'epigrafia latina.

Domanda n. 1

Domanda n. 2

Domanda n. 3

 

MARZO 2004
L'ITALIA ROMANA: la conquista Repubblicana dell'Italia, la sua organizzazione, l'amministrazione e l'evoluzione durante l'Impero

(3)
La conquista della Gallia Cisalpina

La conquista della Gallia Cisalpina, per quanto riguarda i suoi aspetti più propriamente militari, ha effettivamente ricevuto dalla storiografia moderna un'attenzione minore rispetto ai conflitti che si hanno nello stesso periodo con Cartagine, la Macedonia e la Siria. Questo fatto mi sembra essere una conseguenza del fatto che gli scontri con le tribù celtiche e liguri presentano un rilievo indubbiamente minore dal punto di vista degli sviluppi della strategia e della tattica romana rispetto alle grandi battaglie di Canne, Zama, Cinocefale, Pidna e Magnesia, per ricordare solo alcuni degli episodi bellici più celebri. Questo non significa tuttavia che le guerre celtiche e liguri furono una passeggiata per Roma: la conquista dell'Italia settentrionale, anche a prescindere dai primi ed effimeri successi che precedettero la II guerra punica, richiese almeno 50 anni, a partire dagli ultimissimi anni del III sec. a.C. fino alla metà del secolo seguente. In molti di questi anni uno o addirittura entrambi i consoli furono impegnati nell'Italia settentrionale con eserciti altrettanto numerosi di quelli stanziati in Spagna o in Macedonia.
Le premesse per la conquista dell'Italia settentrionale vengono poste già nel corso della III guerra sannitica. In effetti il comandante supremo dei Sanniti, Gellio Egnazio, dopo una marcia di centinaia di chilometri verso nord con il suo esercito, era riuscito a mettere in piedi una potente coalizione antiromana che comprendeva anche gli Etruschi, i Galli e gli Umbri. Gli eserciti riuniti dei due consoli romani, Quinto Fabio Rulliano e Publio Decio Mure, riuscirono a tuttavia a battere Sanniti e Galli nella grande battaglia di Sentino del 295 a.C. (odierna Sassoferrato, ai confini tra l'Umbria e le Marche), approfittando dell'assenza dal campo di battaglia dei reparti etruschi e umbri. Qualche anno dopo Sentino i Galli, alleati di alcune città etrusche, cercarono di penetrare nuovamente nell'Italia centrale. Il loro attacco fu bloccato nel 283 a.C. nella battaglia del lago Vadimone (un piccolo specchio d'acqua non lontano da Bomarzo, nel Lazio settentrionale). La controffensiva romana colpì dapprima le città dell'Etruria meridionale, poi raggiunse anche l'Etruria settentrionale e la vicina Umbria, infine toccò la costa dell'Adriatico: qui venne annesso il territorio un tempo appartenuto alla tribù gallica dei Senoni, la stessa alla quale appartenevano i conquistatori di Roma del 390 a.C. Nella parte settentrionale di questa regione, nota col nome di ager Gallicus, venne fondata nel 268 a.C. la colonia latina di Rimini, che portò Roma ad affacciarsi alla pianura Padana.
Nei decenni seguenti si assiste ad una fase di stasi: Roma, impegnata nella durissima I guerra punica, si accontenta delle posizioni acquisite. L'attenzione di Roma sull'Italia settentrionale venne richiamata da un'incursione di Galli, che si arrestò davanti alla colonia latina di Rimini nel 236 a.C. Quattro anni dopo, il tribuno della plebe Caio Flaminio propose di distribuire a singoli cittadini romani l'ager Gallicus, la regione strappata qualche decennio prima ai Senoni: il provvedimento, oltre ad avere un indubbio carattere politico e sociale, consentiva di fatto di sorvegliare meglio il corridoio adriatico attraverso il quale i Galli potevano penetrare nell'Italia centrale. Per questo motivo, secondo Polibio, la legge Flaminia destò l'allarme dei Galli Boi, che abitavano le regione intorno all'attuale Bologna e fu una delle cause della guerra gallica che scoppiò poco dopo.
Nello scontro le due principali popolazioni della Gallia Cisalpina, i Boi e gli Insubri (stanziati nella regione di Milano), ottennero l'appoggio di truppe provenienti dalla Transalpina, i cosiddetti Gesati, mentre i Galli Cenomani del territorio bresciano e i Veneti preferirono schierarsi dalla parte di Roma. I Galli riuscirono a penetrare in Etruria e ad ottenere qualche successo, ma nel 225 a.C. vennero annientati a Telamone. A questo punto, a Roma ci rese conto che la conquista della Valle Padana era possibile e necessaria per allontanare definitivamente la minaccia delle incursioni galliche nell'Italia centrale. La breve, ma violenta campagna fu coronata dalla vittoria di M. Claudio Marcello sugli Insubri a Clastidium (odierna Casteggio) nel 222 a.C. e dalla presa del loro centro principale, Mediolanum (attuale Milano). I collegamenti tra Roma e l'Italia settentrionale furono assicurati nel 220 a.C. dalla costruzione della via Flaminia, che giungeva fino a Rimini; il promotore dell'iniziativa, C. Flaminio, indubbiamente mirava a migliorare le comunicazioni con i territori dell'ager Gallicus da lui recentemente fatti distribuire, ma di fatto grazie alla nuova strada Roma si assicurava un rapido accesso alla "porta orientale" di accesso all'invasione della pianura padana, la colonia latina di Ariminum.

La fondazione di due grandi colonie latine a Piacenza e Cremona nel 218 a.C. doveva consolidare la conquista, i cui risultati vennero tuttavia rimessi in gioco in quello stesso anno dall'invasione annibalica. Già i Boi e gli Insubri avevano attaccato Piacenza e Cremona e quando Annibale, verso la fine dell'anno, attraversò le Alpi la maggior parte delle tribù celtiche si schierò dalla sua parte.
All'indomani della vittoria nella II guerra punica, Roma procedette alla definitiva sottomissione della pianura padana e dell'area Appenninica settentrionale. Almeno tre motivazioni possono essere richiamate per giustificare il considerevole sforzo necessario per raggiungere questo obiettivo. In primo luogo la necessità di proteggere l'Italia peninsulare da nuove incursioni celtiche (in continuità dunque con la spiegazione più probabile per la "prima conquista" della Cisalpina); in secondo luogo la volontà di punire severamente i Boi e gli Insubri per essersi schierati con Annibale. Ma vi è anche una terza motivazione, sulla quale per la verità il dibattito fra gli studiosi è tuttora vivace: i vantaggi concreti dal punto di vista economico che la conquista della Cisalpina poteva portare. Certo la pianura padana alla fine del III sec. a.C. doveva avere un aspetto ben diverso da quello attuale: quasi ovunque il paesaggio era dominato da foreste e zone paludose. Ma una prima opera di bonifica e di disboscamento era già stata intrapresa almeno da un paio di secoli, da quando gli Etruschi avevano attraversato gli Appennini; le stesse popolazioni galliche praticavano l'agricoltura e dovevano aver contribuito in qualche misura a mantenere, se non ad estendere, i terreni coltivabili dell'Italia settentrionale. A Roma forse si poterono intuire le enormi potenzialità economiche della regione: una conferma può venire dal fatto che durante il II sec. a.C. la Cisalpina, e in particolare la Cispadana, cioè la regione a sud del Po, vide un grandioso movimento di emigrazione dall'Italia centro-meridionale, in parte diretto dallo stato, con la fondazione di numerose colonie di diritto romano e latino, in parte libero ed individuale.
La campagna non si aprì sotto i migliori auspici per Roma: anche i suoi vecchi alleati Cenomani si schierarono con i Boi e gli Insubri e un esercito romano subì gravi perdite nella battaglia di Castrum Mutilum (una località probabilmente nei pressi dell'odierna Faenza) nel 201 a.C. Nell'anno seguente la colonia latina di Piacenza fu presa e saccheggiata, mentre l'assalto a Cremona fu respinto, con gravi perdite per gli insorti celtici. Negli anni seguenti Roma, duramente impegnata nella guerra contro il regno di Macedonia, si limitò a qualche puntata offensiva, non sempre fortunata, e soprattutto al consolidamento di Cremona e Piacenza, che avevano subito molti danni nei primi anni del conflitto. Nel 197 a.C. tuttavia entrambi i consoli poterono essere inviati con consistenti eserciti in Italia settentrionale (il comando della guerra contro la Macedonia era stato rinnovato al console dell'anno precedente, T. Quinzio Flaminino): C. Cornelio Cetego penetrò nel settore orientale, infliggendo sul fiume Mincio una sconfitta a Insubri e Cenomani , che indusse questi ultima a deporre le armi. Il suo collega Q. Minucio Rufo, aprì un secondo fronte partendo dalla base di Genua (l'odierna Genova): questo portò ad un inevitabile sconto con le tribù liguri, ma consentì agli eserciti romani di prendere alle spalle i Boi.

L'anno 196 a.C. vide una fortunata puntata del console M. Claudio Marcello (figlio del vincitore di Clastidium) fino all'odierna Como, nel territorio degli Insubri. Anche i Boi, nonostante qualche successo parziale, furono costretti a cedere il territorio di Felsina (dove qualche anno più tardi venne fondata la colonia latina di Bononia).
Gli anni seguenti furono decisivi nella lotta contro i Galli: gli Insubri subirono una sconfitta determinante nei pressi di Milano; i Boi, duramente colpiti, iniziarono a dare segni di cedimento: 1.500 appartenenti alle classi superiori della tribù passarono dalla parte di Roma nel 192 a.C. e nell'anno seguente le residue resistenze furono schiacciate.
La sistemazione che seguì vide Roma adottare un atteggiamento diverso nei confronti delle grandi tribù celtiche: gli Insubri, così come qualche anno prima i Cenomani, vennero lasciati in possesso di almeno parte del loro vecchio territorio e per il momento nessuna colonia romana o latina vi fu creata; gli Insubri tuttavia dovettero concludere un trattato in forza del quale entrarono a far parte del novero degli alleati di Roma, e che li privava della loro autonomia in politica estera.
I Boi furono trattati con assai maggiore durezza, probabilmente per il fatto che il loro territorio, posto a sud del Po, era molto più appetibile per i coloni romani di quello dell'Insubria transpadana. Livio (XXXVI, 39, 3) attesta che metà dei loro terreni fu confiscata a favore dello stato romano, ma Polibio (II, 35, 4) e Strabone (V, 213; 216) sembrano ritenere piuttosto che l'intera tribù fu espulsa dalla regione che un tempo abitava; la documentazione archeologica ha in effetti confermato una netta cesura fra III e II sec. a.C., a differenza del territorio insubre e cenomane, dove le prove di una continuità culturale celtica sono relativamente numerose.
L'intera regione della Cispadana fu intensamente colonizzata: nel 190 a.C. le colonie latine di Piacenza e Cremona furono rafforzate con l'invio di altre 6.000 famiglie; nel 189 a.C. fu creata la colonia latina di Bononia (Bologna), con 3.000 coloni. Nel 183 a.C. fu la volta delle colonie di Parma e Mutina (odierna Modena), con 2.000 coloni di diritto romano ciascuna. Qualche anno prima, nel 187 a.C., il console M. Emilio Lepido aveva intrapreso la costruzione della grande via di collegamento tra Rimini e Piacenza che da lui prese il nome di via Emilia.
La sottomissione dei Liguri, una popolazione suddivisa in diverse tribù e ritenuta dai Romani la meno civilizzata dell'Italia, richiese uno sforzo ancora più lungo. Abbiamo ricordato in precedenza l'importanza di Genua come "porta occidentale" di accesso all'Italia settentrionale: Roma cercò di consolidare questa base stringendo nel 201 a.C. un trattato con la tribù degli Ingauni, che era insediata nel territorio a ovest di quel porto, e concentrando i suoi sforzi degli anni seguenti contro le popolazioni collocate ad est: si trattava degli Ilvati dell'Appennino piacentino e parmense e dei loro vicini Friniati dell'Appennino reggiano e modenese. Nel 187 a.C. iniziano le operazioni contro gli Apuani (che abitavano il versante ligure e toscano degli Appennini settentrionali, al di sopra di Luni) e nel 185 a.C. anche gli Ingauni furono attaccati, col pretesto di punire le loro attività di pirateria. La resistenza degli Ingauni e degli Apuani fu rapidamente piegata, ricorrendo anche al brutale metodo della deportazione: tra il 180 e il 179 a.C. migliaia di Liguri Apuani furono trasferiti nel Sannio; nel loro territorio fu fondata nel 180 a.C. la colonia latina di Luca, nel 177 a.C. la colonia romana di Luni.
Nel 177 a.C. i Friniati riuscirono, con un colpo di mano, ad impadronirsi per qualche tempo della colonia romana di Modena; ma questo sembra essere stato il loro ultimo colpo di coda. Negli anni successivi le operazioni si concentrano contro la tribù degli Statellati, stanziata nel Piemonte orientale; la perdita del racconto di Livio dopo il 167 a.C. non ci consente purtroppo di comprendere gli sviluppi della conquista romana del territorio ligure: abbiamo solamente notizie isolate di nuove vittorie sugli Ilvati e sugli Apuani. Forse solo la costruzione nel 148 a.C. della grande via Postumia, che collegava Genua alla nuova colonia latina di Aquileia, fondata nel 181 a.C. all'angolo orientale della pianura padano-veneta, segna la definitiva pacificazione della Cisalpina. Per completare la sottomissione dell'Italia settentrionale rimanevano ancora fuori dal controllo di Roma la zona alpina e prealpina: si dovrà attendere l'età augustea per vedere l'egemonia romana estendersi fino allo spartiacque delle Alpi.