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FEBBRAIO
2003
LA
SCHIAVITU' A ROMA
(1)
Come uno schiavo a Roma otteneva la libertà?
Con
il termine manumissio, «manomissione»
i Romani indicavano latto attraverso il
quale il padrone concedeva la libertà allo
schiavo (il padrone rinunciava, tramite quellatto,
alla potestà, detta manus, che aveva sullo
schiavo). A Roma, la liberazione di uno schiavo
comportava una procedura abbastanza semplice:
la decisione del padrone era praticamente insindacabile
e richiedeva una banale approvazione formale da
parte di un magistrato. Ma il padrone poteva liberare
lo schiavo anche per testamento. Lo schiavo liberato,
o liberto, era un «quasi cittadino»:
poteva votare nelle assemblee ma non essere eletto;
i suoi figli, invece, diventavano cittadini di
pieno diritto, cittadini romani a tutti gli effetti:
lintegrazione degli ex schiavi nella società
romana era molto più rapida che in altre
società. I Romani si vantavano di essere
lunica comunità che integrava così
facilmente gli schiavi e questa caratteristica
era un aspetto importante della loro «autorappresentazione».
Unici tra i popoli antichi, i Romani valorizzavano
addirittura lelemento schiavile delle proprie
origini: dicevano, per esempio, che la madre del
grande re Servio Tullio era una schiava; raccontavano
inoltre che Romolo, per dare corpo alla nuova
città, accolse in un recinto sacro chiamato
«asilo» individui di ogni provenienza,
schiavi compresi: da questo nucleo avrebbe avuto
origini il primo popolamento della città.
La schiavitù romana aveva dunque due volti:
uno è quello, terribile, dello sfruttamento,
delle punizioni, delle crocifissioni (chi non
ricorda Spartacus di Kubrick?). Laltro è
quello della liberazione relativamente facile
e dellintegrazione. Questa caratteristica
della società romana colpì molto
anche gli stranieri. Nelletà della
seconda guerra punica il re di Macedonia Filippo
V, alleato di Annibale, scrisse una lettera agli
abitanti di una città greca per incitarli
a concedere più facilmente la cittadinanza
agli stranieri: «Fate come i Romani, egli
scrisse, che quando liberano gli schiavi li immettono
nella cittadinanza. In questo modo hanno accresciuto
la loro patria e sono diventati molto potenti».
Il re di Macedonia coglieva un punto fondamentale.
Gli schiavi liberati, infatti, diventavano soldati
pronti a servire negli eserciti romani. Roma ricorreva
ampiamente alla pratica della manomissione e quindi
aveva eserciti più numerosi.
Nei complessi legami psicologici esistenti tra
schiavo e padrone la prospettiva della liberazione
svolgeva una funzione preziosa: rendeva gli schiavi
desiderosi di acquisire meriti presso il padrone
e li spingeva ad assumere comportamenti docili
e sottomessi. Ma questo valeva quasi esclusivamente
per gli schiavi domestici o comunque per quelli
che avevano più frequenti contatti con
il padrone. Per gli altri e si trattava
della grande maggioranza la schiavitù
era una condizione a vita. Le concezioni romane
della schiavitù non differivano da quelle
greche: anche a Roma lo schiavo era considerato
un oggetto di proprietà del padrone, che
poteva essere bastonato o ucciso a suo arbitrio.
In Italia gli schiavi erano moltissimi: non abbiamo
dati precisi, ma è probabile che essi rappresentassero
da un terzo alla metà della popolazione
complessiva. Un così grande numero di schiavi,
tenuti spesso in condizioni di estrema sofferenza,
determinava una situazione perennemente esplosiva.
Particolarmente gravi furono le rivolte esplose
in Sicilia tra il 139 e il 132 a.C. e la rivolta
di Spartaco, che insanguinò lItalia
tra il 73 e il 71 a.C.
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