|
|
|
FEBBRAIO
2003
LA
SCHIAVITU' A ROMA
(2)
Le fonti attestano, soprattutto durante il regno
e l'età repubblicana, un approccio sacrale
da parte di Roma verso i principali eventi, dai
più complessi inerenti alla vita dello
stato, ai più semplici legati agli accadimenti
quotidiani della giornata di un romano. Le chiedo
se, nelle epoche citate, è ravvisabile
una sfera sacrale nell'approccio romano alla schiavitù
oppure se il tutto è riconducibile ad un
ambito puramente utilitaristico.
Non
esisteva un vero e proprio «approccio sacrale»
alla schiavitù. Tuttavia, alcuni aspetti
del rapporto tra padrone e schiavo avevano delle
connotazioni religiose. Abbiamo visto che lo schiavo
era un oggetto nelle mani del padrone. Ma un padrone
crudele, che bastonava, torturava o metteva a
morte gli schiavi senza motivo o per futili motivi,
era oggetto di una forte riprovazione morale da
parte degli appartenenti al suo stesso ceto. In
altre parole, era diffusa la convinzione che anche
nei confronti degli schiavi bisognasse attenersi
a una condotta ispirata alla pietas. Questo concetto,
che sarebbe riduttivo tradurre con «pietà»,
era intriso di morale e di religione. Lindividuo
pio era gradito non solo agli altri uomini (liberi
o schiavi che fossero) ma anche agli dei. Lo stoicismo
(ricordiamo tutti le parole di Seneca) mostrò
una certa comprensione per la condizione degli
schiavi (et homines sunt
, «anchessi
sono uomini») ma non arrivò mai a
proclamare la necessità morale di abolire
la schiavitù. Lo stesso fece il cristianesimo,
che esortava i padroni a trattare in modo mite
gli schiavi, ma esortava al tempo stesso questi
ultimi ad accettare la propria condizione. Era
diffusa la convinzione che la schiavitù
corrispondesse a un diritto giusto in quanto diritto
di natura.
|