CHIEDILO ALL'ESPERTO

 

 

Prof. Cesare Letta
Professore ordinario di Storia Romana presso l'Università di Pisa e storico di fama internazionale

 

Domanda n. 1

Domanda n. 2

Domanda n. 3

Domanda n. 4

 

NOVEMBRE 2003
LE ORIGINI E LA FONDAZIONE DI ROMA

(1)
Quanto trova fondamento nella storiografia attuale, e nella Sua personale visione, la teoria secondo la quale Roma inizialmente non era altro che una comunità etrusca non differente dalle altre della penisola, ma che poi sarebbe giunta al salto di qualità che le ha permesso di vincere, economicamente, socialmente e militarmente, le altre comunità etrusche? Che cosa avrebbe garantito questo salto di qualità?
di Lucius Iulius Sulla

Definire la Roma delle origini come una comunità etrusca tra le tante esistenti nella penisola è sostanzialmente scorretto. Roma non è mai stata una città etrusca in senso stretto. La popolazione che la componeva, pur essendo composita e aperta agli apporti di vari ceppi etnici, rimase sempre prevalentemente latina. La lingua rimase sempre il latino, anche nella fase in cui sul trono di Roma si insediarono come re personaggi appartenenti a famiglie di origine etrusca, come dimostra un documento epigrafico eccezionale quale è il cosiddetto cippo del lapis niger, risalente sicuramente agli ultimi decenni del VI sec.a.C., cioè all'epoca dei Tarquini.
Questa fase non va vista neppure come un dominio etrusco su Roma, una conquista di Roma da parte "degli Etruschi", che mai come tali ebbero un'unità politica e militare che potesse portare a una sottomissione di Roma. D'altra parte, oggi pochi credono ancora alla tesi di Andras Alföldi (1965) di una Roma dominata successivamente dagli Etruschi di Tarquinia, Vulci, Veio e Chiusi. Solo per Porsenna, re di Chiusi, si può realmente parlare di una conquista militare di Roma.
La presenza dei Tarquini e di altri personaggi di origine etrusca a Roma va vista dunque come un fatto legato alla mobilità personale delle aristocrazie all'interno dell'Italia arcaica, non come il segno di una conquista militare da parte di una potenza esterna. Come troviamo dei Tarquini (etruschi) a Roma, così possiamo trovare dei Claudi (romani) nell'etrusca Caere; del resto, gli stessi Claudi di Roma non erano altro che un clan familiare sabino emigrato a Roma alla fine del VI secolo a.C.!
Si può dunque parlare di forti influssi culturali etruschi a Roma per un periodo cronologico ben delimitato, soprattutto nella fase che corrisponde ai regni degli ultimi re, per l'appunto di stirpe etrusca, ma non di una Roma etrusca. Vorrei anzi ricordare che, anche di recente, non sono mancate voci autorevoli, come quella di Tim Cornell, che hanno contestato la legittimità stessa di etichettare direttamente come "etrusche" tutte le espressioni di quella koiné culturale arcaica che accomuna buona parte dell'Italia centrale, soprattutto sul versante tirrenico (cfr. T. CORNELL, The Beginning of Rome. Italy and Rome from the Bronze Age to the Punic Wars (c. 1000-264 BC), London - New York 1995, soprattutto cap. 6, pp. 151-172: The Myth of "Etruscan Rome").
Chiarito preliminarmente questo punto di capitale importanza, torniamo alla domanda di base. Come spiegare il salto di qualità che ha portato Roma dalla condizione di città-stato sullo stesso piano di tante altre a quello di potenza egemone prima nel Lazio, poi in Italia, infine nell'intero Mediterraneo?
Indicare una causa unica e precisa è praticamente impossibile, ma si può tentare di indicare almeno alcuni aspetti che possono aver avuto un ruolo importante.
È chiaro che la favorevole posizione strategica, al crocevia delle comunicazioni fra Etruria, Campania e Sabina (col controllo del passaggio del Tevere), la vicinanza del mare e il precoce controllo delle saline alla foce del Tevere sono elementi importanti che possono aver favorito lo sviluppo e l'espansione di Roma, ma da soli non bastano a spiegarli: molte altre città dell'Italia antica potevano contare su vantaggi analoghi, ma dovettero soccombere di fronte a Roma.
Credo piuttosto che si debba guardare soprattutto al carattere aperto che la società romana mantenne, a differenza di altre popolazioni, anche dopo l'età arcaica. Ho accennato sopra alla grande mobilità personale che caratterizzava soprattutto le aristocrazie centro-italiche nel VI secolo a.C., per cui era facile l'integrazione di interi clan familiari all'interno di una comunità che originariamente era loro estranea. Questa apertura e questa capacità di assimilazione continuò a caratterizzare anche in seguito la società romana e fu probabilmente il segreto del suo successo, come affermava esplicitamente l'imperatore Claudio, autore di varie opere storiche, nel discorso che pronunciò in senato nel 48 d.C. per caldeggiare l'ammissione di notabili gallici in quel consesso, in parte conservato in un'iscrizione trovata a Lione .
Nella sua prima fase espansiva Roma incorporò le comunità vinte, ma non le mantenne in una condizione di sottomissione e di inferiorità; le integrò invece a parità di diritti e ammise le loro classi dirigenti all'interno della propria. Questo permise a Roma di rafforzare e rinnovare continuamente il proprio potenziale umano (e quindi militare).
Nelle fasi successive, quando gradualmente acquisì l'egemonia in Italia, Roma abbandonò la politica della diretta incorporazione, privilegiando piuttosto quella delle alleanze, ma seppe comunque sempre coinvolgere le "élites" delle varie comunità via via affrontate, facendo sì che i loro interessi venissero a coincidere con quelli di Roma e viceversa. Questo spiega come mai il piano di Annibale di scardinare il sistema di alleanze di Roma isolandola dal resto d'Italia sostanzialmente fallì.
Il discorso si fa più complesso per l'espansione di Roma al di fuori della penisola e per la spinta imperialistica che la portò rapidamente a dominare l'intero Mediterraneo. Non c'è dubbio che in questa evoluzione finirono per prevalere gli aspetti di puro dominio, sopraffazione e sfruttamento economico selvaggio, che non contribuirono certo a creare intorno a Roma un clima di consenso. Ma va sottolineato che, una volta finita la lunga crisi della repubblica e instauratosi il principato, gli aspetti più odiosi del dominio si attenuarono fin quasi a scomparire, e tornò a prevalere lo spirito aperto e assimilatore di cui ho parlato all'inizio. La sicurezza, la pace, la prosperità economica crearono quasi dappertutto il consenso (ancora una volta, in primo luogo quello delle "élites"), e sistematicamente le aristocrazie delle province furono accolte nel senato e nella classe dirigente di Roma; la naturale conclusione di questo processo ininterrotto fu la parificazione di tutti gli abitanti dell'impero con l'editto di Caracalla, che estendeva a tutti la cittadinanza romana.