CHIEDILO ALL'ESPERTO

 

 

Prof. Cesare Letta
Professore ordinario di Storia Romana presso l'Università di Pisa e storico di fama internazionale

 

Domanda n. 1

Domanda n. 2

Domanda n. 3

Domanda n. 4

 

NOVEMBRE 2003
LE ORIGINI E LA FONDAZIONE DI ROMA

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Esistono notevoli somiglianze tra il rituale del ver sacrum sabello e la leggenda della fondazione di Roma. Innanzi tutto il padre di Romolo e Remo sarebbe Marte, divinità a cui il ver sacrum italico veniva dedicato. I gemelli vengono poi cacciati da Alba Longa e, grazie alla Lupa (animale sacro), arrivano a fondare un'altra città, che è lo scopo della Primavera Sacra. Il rito era probabilmente connesso alle migrazioni stagionali delle greggi: Romolo e Remo vengono infatti trovati dal pastore Faustolo. Inoltre la data della fondazione cade appunto in primavera, la stagione dedicata a Marte. Livio stesso parla di un ver sacrum effettuato dai Romani durante la seconda guerra punica.
È plausibile secondo Lei un collegamento tra questo antico rituale italico e la fondazione di Roma? Cosa ne pensano in generale gli storici contemporanei?
di Caius Ianus Mediolanensis

A dire il vero, l'accostamento mi sembra alquanto stiracchiato. I gemelli non vengono consacrati a Marte e destinati a migrare al raggiungimento della maggiore età, ma, almeno nelle intenzioni del re Amulio, vengono direttamente destinati all'eliminazione appena nati. La lupa figura come nutrice, non come guida di una migrazione. È vero poi che la primavera è sacra a Marte, che infatti dà nome al mese di marzo con cui si apre la primavera, ma in realtà secondo la tradizione Roma sarebbe stata fondata in aprile, in un giorno consacrato alla dea Pales, non a Marte.
I punti comuni restano dunque pochi e assai generici: la protezione di Marte e lo sfondo pastorale, che peraltro rientra negli stereotipi con cui la cultura antica interpretava la preistoria. Basta leggere Lucrezio o Sallustio per capire che per gli antichi il cammino verso la civiltà ha proceduto per gradi: caccia e raccolta, pastorizia, agricoltura. In questo quadro schematico la pastorizia caratterizza la fase che precede la fondazione delle città, a sua volta connessa con la fase agricola. Dire che l'ambiente in cui furono allevati Romolo e Remo era un ambiente di pastori significa solo descrivere convenzionalmente un ambiente preurbano, ancora fermo a uno stadio inferiore di civiltà, non tramandare per via diretta ricordi radicati in realtà storiche concrete.
Non darei comunque un'eccessiva importanza alle analogie che, con qualche forzatura, si possono riconoscere tra il rituale del ver sacrum italico e la tradizione sulla fondazione di Roma, per il semplice motivo che l'uno e l'altra, più che memorie ininterrotte di antichissime realtà storiche, sono da considerare come tentativi relativamente recenti di ricostruire e spiegare le origini di un popolo facendo ricorso a schemi interpretativi elaborati in ambito greco.
Per il rituale del ver sacrum non mi sento di escludere del tutto un qualche legame con la realtà di antichissime migrazioni tribali dettate dalla ricerca di nuovi pascoli per far fronte alla crescita demografica. Ma va anche riconosciuto che l'applicazione meccanica di questo schema un po' a tutte le popolazioni italiche di stirpe osco-umbra (i Sanniti guidati dal toro, i Picenti dal picchio, gli Irpini e probabilmente i Lucani dal lupo e così via) giustifica il sospetto che esso sia stato usato come una sorta di "passe-partout", prescindendo quasi completamente dalla reale esistenza di tradizioni specifiche trasmesse in modo ininterrotto per via orale.
Ma se le tradizioni sul ver sacrum possono avere anche qualche tenue legame con realtà storiche, questo certamente non si può dire per le tradizioni su Romolo e Remo. Nonostante i recenti tentativi promossi dall'archeologo Andrea Carandini di rilanciare la tesi di una sostanziale storicità della tradizione, va ribadito con grande chiarezza che la tradizione sulle origini di Roma, così come la conosciamo, testimoniata per noi soprattutto da Livio, Dionigi di Alicarnasso e Plutarco, ha preso forma solo nella seconda metà del IV sec.a.C. e quindi non è fondata su una memoria ininterrotta tramandata per via orale (v. soprattutto A. CARANDINI, La nascita di Roma. Dei, lari, eroi e uomini all'alba di una civiltà, Torino 1997, con la severa recensione di E. GABBA, in "Athenaeum", 87 (1999), pp. 324-326, ora anche in E. GABBA, Roma arcaica. Storia e storiografia, Roma 2000, pp. 280-282).
In queste condizioni, la pretesa concordanza cronologica tra il dato della tradizione (Roma fondata intorno alla metà dell'VIII sec.a.C.) e il dato archeologico (il muro ai piedi del Palatino datato da Carandini al 730-720 a.C. e interpretato perciò come "il muro di Romolo") è da considerarsi puramente casuale e priva di qualunque valore probatorio.
Innanzi tutto va sottolineato che l'interpretazione del muro messo in luce da Carandini non è affatto univoca e scontata: solo un preventivo, ma del tutto arbitrario, atto di fede nella tradizione consente di intendere quel muro come la linea sacrale (pomerium) con cui Romolo avrebbe separato lo spazio interno della città da quello esterno. Per questo, utilizzare poi lo stesso muro come "prova" o "conferma archeologica" della veridicità della tradizione è un classico esempio di ragionamento circolare: è come affermare che A viene dimostrato da B, e che B viene dimostrato da A; se la veridicità di almeno uno dei due elementi non può fondarsi diversamente, è evidente che nessuno dei due risulta fondato.
Nel caso specifico, siamo in grado di affermare con certezza che la datazione intorno alla metà dell'VIII sec.a.C. per la fondazione di Roma si fissò nella tradizione storiografica romana solo tra la fine del III e la prima metà del II sec.a.C. nelle opere di Fabio Pittore, Cincio Alimento e Catone.
In precedenza (e ancora per qualche tempo nella prima metà del II sec.a.C.) venivano proposte datazioni radicalmente diverse: lo storico greco Timeo, nella prima metà del III, dava l'813 a.C.; il poeta Ennio (morto nel 169 a.C. e dunque contemporaneo di Fabio Pittore e Catone), che considerava Romolo nipote di Enea, poneva la fondazione di Roma appena tre generazioni dopo la presa di Troia, fissata definitivamente dal suo contemporaneo Eratostene al 1184 a.C.
È quindi evidente che per via orale non si era conservato alcun ricordo della data effettiva della nascita della città, e che le date intorno alla metà dell'VIII sec.a.C. proposte da Fabio Pittore e dagli altri storici del suo tempo sono fondate esclusivamente su calcoli congetturali del tutto arbitrari.
Molto probabilmente, come aveva intuito già il Mommsen, l'unico dato cronologico sicuro su cui tentare dei calcoli era la data della cacciata dei re (509 a.C.). La data della fondazione dovette essere calcolata artificialmente attribuendo ai regni dei sette re noti dalla tradizioni una media di 35 anni a testa (una generazione, secondo la misura più lunga tra quelle adottate nei calcoli per generazioni dagli antichi, ad esempio da Tucidide): 7 x 35 fa 245, un numero che sostanzialmente coincide con l'intervallo di 244 anni tra la data tradizionale della fondazione di Roma (753 a.C. secondo Varrone) e la cacciata di Tarquinio il Superbo (509 a.C.).
Eccoci finalmente alla conclusione: se la datazione della fondazione di Roma intorno al 753 a.C. è un'invenzione a tavolino di storici romani all'inizio del II sec.a.C., e non un dato trasmesso inalterato da una memoria orale ininterrotta, non ha alcun senso invocare il "muro di Romolo" (o piuttosto il "muro di Carandini") come conferma della sostanziale veridicità della tradizione.