|
|
|
AGOSTO
2003
EVOLUZIONE
DEL LATINO CLASSICO IN LATINO LOCALE NELL'ALTO
MEDIOEVO IN EUROPA
(1)
Si può parlare di continuità della
letteratura latina classica nella tardo antichità?
Ovvero, i primi scrittori cristiani che scrivevano
utilizzando un latino medievale hanno riutilizzato
gli scritti dei latini o li hanno totalmente respinti
ritenendoli nefasti?
di Livia Iulia Drusilla
Anche
se questa domanda esula un pò dal tema
richiestomi, la trovo interessante e degna di
risposta.
La ricezione della letteratura profana nella tarda
antichità e nel medioevo sollevò
un problema di notevole importanza tra gli uomini
di cultura del tempo, ovvero quello dell'incompatibilità
tra il mondo pagano e quello cristiano, cosa che
rendeva impossibile la coesistenza armoniosa delle
due culture.
Ciò che maggiormente si rimproverava alla
cultura classica era la vanità e l'immoralità
dei fatti narrati e l'uso troppo pomposo che i
retori facevano delle parole, che in qualche modo
inficiava il fervore religioso. Infatti lo stesso
San Gerolamo nell'epistola XXI rivolta a papa
Damaso si esprimeva in questi termini: "Daemonum
cibus est carmina poetarum, saecularis sapientia,
rhetoricum pompa uerborum".
Tuttavia era alquanto evidente che questa letteratura,
in particolar modo i manuali delle sette arti
liberali, i trattati di storia, geografia e di
scienze naturali, poteva costituire uno strumento
del tutto indispensabile per comprendere appieno
le Sacre Scritture. Più problematico risultava
invece il ruolo delle opere letterarie, soprattutto
in versi, che, come afferma lo stesso Ugo di San
Vittore, potevano essere considerate accessorie,
senza necessariamente essere ricusate del tutto.
A parere di molti però queste opere, oltre
all'importanza che rivestivano per l'apprendimento
della lingua, dello stile e della prosodia, contenevano
verità che non si potevano ignorare, era
perciò opportuno riservare le letture dei
testi classici agli anni della gioventù
riferendosi soprattutto alla sfera delle arti
liberali, particolarmente del trivio. La frequenza
dei codici superstiti di questi testi riflette
lo sviluppo del canone scolastico nei secoli del
medioevo.
Nel IX secolo il solo poeta pagano letto era Virgilio,
da alcuni ritenuto un cristiano non dichiarato
a causa dell'errato collegamento che venne fatto
del "nascenti puero" (IV egloga
delle Bucoliche) con la nascita di Gesù
Cristo. A lui venivano accostati altri importanti
autori cristiani che comunque rielaboravano opere
di altri autori classici: tra questi menziono
Prospero, teologo gallo-romano nato alla fine
del IV secolo e grande difensore degli interessi
della Chiesa contro gli eretici semipelagiani;
Prudenzio, poeta cristiano di IV-V sec e autore
di una raccolta di inni ed opere didascaliche;
Sedulio, poeta cristiano di V secolo e autore
del Paschale Carmen; Teodosio, autore nord
africano che ha scritto nel 530 l'opera De
situ terrae sanctae; Phisiologus che è
il nome di un'opera greca scritta da un alessandrino
del II secolo giuntaci in varie redazioni e traduzioni:
etiopiche, siriache, armene e latine (IV secolo).
I secoli XI e XII hanno visto l'accrescimento
delle acquisizioni del secolo precedente con la
lettura e il commento di altri testi classici
tra cui quelli di Orazio, Ovidio, Cicerone e Claudiano.
Oltre a ciò iniziavano ad esservi molte
opere profane che venivano studiate dai principianti
a livello elementare, soprattutto i Disticha
Catonis e le Favole di Aviano. Se tuttavia
lo studio dei testi pagani poteva essere tollerato
durante gli anni giovanili, malgrado i gravi rischi
secondo alcuni di ricevere una formazione corrotta,
con l'avvento dell'età adulta ci si doveva
ben guardare da leggere tali opere poiché,
come afferma Isidoro di Siviglia: "Melius
est enim eorum perniciosa dogmata ignorare quam
per experientiam in aliquem laqueum erronis incurrere"
(Regula monachorum) dunque: "è
meglio ignorare le loro perniciose affermazioni
che, conoscendole, rimanere intrappolati in qualche
errore."
In proposito, data la vastità dell'argomento,
è possibile consultare l'opera di Olsen
B. Munk, L'atteggiamento medievale di fronte
alla cultura classica, a cura di M.DELL'OMO,
Roma 1996.
|