
Prof.
A. Poliseno
Autore di numerose pubblicazioni
di filosofia antica, letteratura e filosofia
moderna ed ex-docente all'Università
di Pisa.
Domanda
n. 1
Domanda
n. 2
Domanda
n. 3
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FEBBRAIO
2004
STOICISMO
NELL'ANTICA ROMA
(1)
I Romani hanno modificato lo Stoicismo rispetto
all'eredità greca? Come?
Cn. Equitius Marinus
Lo
stoicismo prese il nome dal portico Stoà
(stoà poikile) decorato da Polignoto,
dove fu esposta la dottrina. Non si trattò
di una scelta libera, ma di una necessità.
Il suo fondatore, Zenone di Cizio nell'isola di
Cipro, non potendo possedere immobili in Atene
in quanto straniero, non ebbe un luogo preciso
adibito all'insegnamento, come l'ebbero l'Accademia,
il Liceo, il Giardino, e fu costretto ad esporre
la sua dottrina in un luogo pubblico che, peraltro,
gli portò fortuna, perché godette
di una straordinaria fama per diversi secoli.
L'insegnamento della dottrina stoica, forse anche
perché svolto in un luogo pubblico, non
ebbe un'organizzazione rigida: già ai suoi
inizi si aprì all'apporto di diversi pensatori,
anche di formazione cinica. Non fu un'opera di
getto di un solo filosofo, ma frutto del contributo
di molti pensatori che le impressero un forte
dinamismo evolutivo, apportandovi sensibili modificazioni
e adattamenti. Tanto che oggi, nella storia della
Stoà, tutti ritengono necessario distinguere
tre periodi:
1)
"Antica Stoà" (fine del IV
a tutto il III secolo a. C). Principali esponenti
furono Zenone, Cleante di Asso e Crisippo di
Soli. Nessuno della triade ebbe tanto prestigio
da dare il nome al sistema. Fondatore storico
fu Zenone, però la sua organizzazione
scientifica fu opera soprattutto di Crisippo.
Tutta la tradizione indiretta, che ci ha permesso
di conoscere aspetti rilevanti della dottrina,
attinse a piene mani alle sue innumerevoli opere
;
2)
"Media Stoà" (II-I secolo a.C.).
Panezio e Posidonio attenuarono il rigore della
dottrina originaria con infiltrazioni eclettiche;
3)
"Nuova Stoà" o romana. Seneca,
Epitteto, Marco Aurelio rivolgono l'attenzione
al comportamento etico, alla meditazione morale
con forti toni religiosi.
Non
è difficile intuire che una dottrina disponibile
a nuovi apporti non poteva rimanere sorda a quelli
qualitativamente rilevanti della cultura romana.
Sarebbe però impossibile comprenderli senza
avere presenti gli aspetti essenziali della dottrina
stoica ed una visione della sua evoluzione.
Il sistema ricalcava nella struttura quello aristotelico
con ridotte esigenze speculative e si articolava
in logica, fisica, etica. Però la logica
non aveva più il compito di ricercare l'intima
struttura della verità, ma indagava su
come le nostre facoltà possono giungere
alla conoscenza. La fisica non aveva più
un forte addentellato metafisico, perché
il movimento dei corpi non postulava un primo
motore divino, ma il principio del moto era insito
alla natura stessa come forza che animava la materia.
La logica e la fisica erano propedeutiche alla
dottrina della moralità.
La caratterizzazione morale della dottrina era
una sua peculiarità originaria, ed i padri
fondatori, per indicare questa sua centralità,
fecero ricorso a delle immagini che sono rimaste
celebri. Secondo Crisippo nell'organismo della
scienza la fisica forma la carne, la logica rappresenta
le ossa e i nervi , l'etica indica l'anima. In
un'altra metafora, la logica era assimilata al
guscio, la fisica alla chiara, l'etica al tuorlo
dell'uovo. Una terza immagine, per indicare il
rapporto che lega fra loro le tre parti, ricorre
al frutteto, nel quale la logica corrisponde al
muro di cinta, gli alberi rappresentano la fisica,
i frutti, che costituiscono la ragione di tutto
l'impianto, rappresentano l'etica. In tutte le
immagini l'etica figura come la parte centrale.
Viene da chiedersi: perché tutto questo
interesse per la dottrina morale? L'appello ai
corsi e ricorsi storici è una risposta
tanto generica quanto tautologica.
La conquista macedone della Grecia, con la vittoria
di Filippo a Cheronea (338 a.C.) e le successive
vittorie di Alessandro Magno (+nel 323) posero
fine alla storia greca e dettero inizio a quella
ellenistica, Il termine ellenismo fu coniato
da G.Gustavo Droysen per indicare la diffusione
della civiltà greca su tutti i territori
conquistati, in contrapposizione al termine alessandrinismo,
che risultava riduttivo, privilegiando in modo
eccessivo il contributo, pur notevole, che la
città di Alessandria dette alla diffusione
della cultura ellenistica. Il verbo ellenizzare
sottolineava i caratteri di una cultura riflessa
di portata mondiale.
Il sogno di Alessandro di una monarchia universale,
divina, fece crollare l'importanza socio politica
della polis, tolse al cittadino le certezze
che gli dava la sua città con la partecipazione
attiva alla vita politica e lo proiettava in un
mondo senza confini, tra nuovi popoli e razze
differenti. La nuova dimensione politico-culturale
lo elevava all'ideale del cosmopolitismo,
però contemporaneamente, divenuto suddito
smarrito, individuo solitario, in uno stato
che non sentiva suo, lo spingeva a chiudersi in
se stesso. Anzi, spesso, la rivendicazione dell'autonomia
della sua individualità lo portava agli
eccessi dell'individualismo e dell'egoismo.
L'uomo ellenistico aveva perciò bisogno
di una guida per la propria vita quotidiana, di
un sistema per conquistare una felicità
personale. La medicina più idonea parve
la filosofia che, per l'esaurimento del vigore
speculativo, aveva abbandonato l'interesse puramente
teorico del sapere per il sapere. Ritenne suo
compito dare all'uomo smarrito una risposta alla
sua domanda di felicità. Il filosofo si
offrì come maestro di vita, rinunziando
alla speculazione teorica, per assumere la veste
della saggezza, che Epicuro, orgogliosamente,
dichiarò superiore alla sapienza. E Seneca,
con non minore convinzione, affermò che
la vera filosofia è quella che si incarna
nel nostro modo di essere nec philosophia sine
virtute est, nec sine philosophia virtus.
Sia l'epicureismo che lo stoicismo offrivano allo
smarrito uomo ellenistico la felicità.
Poiché, per la dottrina epicurea, l'istinto
originario è la conservazione e l'incremento
dell'essere, bene è ciò che conserva
e incrementa il nostro essere, mentre il male
è ciò che lo danneggia e lo diminuisce.
Per gli stoici, poiché l'uomo è
insieme di natura animale e razionale, può
attendere a soddisfare le esigenze dell'una o
dell'altra componente della sua natura. Il bene
morale è ciò che esaudisce le esigenze
del logos che è in noi presente;
il male ciò che lo danneggia. Il vero bene
dell'uomo è solo la virtù, il vero
male solo il vizio. Azioni moralmente perfette
sono quelle compiute secondo il logos,
mentre quelle ad esse contrarie sono vizi o errori
morali. Fra questi due gruppi di azioni ve ne
sono molte "indifferenti", che se compiute
conformemente a natura, vengono dette "azioni
convenienti" o "doveri". Ciò
che comandano le leggi sono dei "doveri",
che il saggio rende "azioni morali perfette
", perché ha possibilità di
avvertire che esse sono espressione della Legge
eterna, mentre gli altri uomini compiono solo
"azioni convenienti".
Fu merito di Panezio avere valorizzato il concetto
di dovere, tanto che Cicerone riprodusse nel "De
officiis" la sua opera "Su i doveri"
e attinse a lui anche per altri suoi scritti.
Comunque, il concetto di "officium"
è di Panezio , che pose come guida del
comportamento etico la natura umana nel suo complesso
e non solo la sua razionalità. La natura
individuale non è perfetta, ma tende alla
perfezione e non esclude il piacere, purché
non in contraddizione con la ragione universale.
Il suo concetto di dovere acquista una dimensione
pragmatica e diviene un aspetto fondamentale della
concezione morale del mondo romano.
Posidonio chiarì che l'anima partecipa
dell'immortalità del logos, ma riflette
anche le interferenze del corpo. Così le
passioni sono un dato naturale e contribuiscono
all'equilibrio dell'universo. Non bisogna dimenticare
che Posidonio morì il 51 a.C. e che nella
sua opera Storia dopo Polibio, trattò
il periodo compreso fra il 145 e 85 a.C. e riprese
l'idea polibiana che considerava il dominio di
Roma come una necessità imposta dagli eventi
e dalle strutture politiche. Questa visione concreta
del cosmopolitismo stoico divenne il fondamento
teorico della concezione universalistica dell'impero
romano.
Rispondere alla domanda: cosa recepì la
cultura romana dallo stoicismo? Non è facile,
perché l'incontro tra culture è
sempre un incontro osmotico. Si arricchiscono
e impoveriscono insieme.
La dottrina stoica, eminentemente etica, trovò
un terreno adatto nella cultura romana che si
caratterizza per la subordinazione delle teorie
alla pratica. Fu bene accolta perché riteneva
che il cittadino doveva partecipare alla vita
politica e non isolarsi; in più, in nome
della razionalità universale, offriva una
giustificazione teorica al governo monarchico,
e con il suo cosmopolitismo legittimava un impero
senza confini
Quando entrò a Roma, nell'ultimo periodo
della repubblica, subì notevoli attenuazioni,
soprattutto ad opera di Panezio e Posidonio; questo
processo di umanizzazione proseguì con
Seneca , mentre subì un'involuzione rigorista
ad opera di Epitteto e Marco Aurelio , quando
tornò la servitù civile.
Il pragmatismo romano fece in modo che la figura
del saggio non evaporasse in mitica astrattezza
ma risultasse proficuo formando forti caratteri
e nobili personalità.
Lo stoicismo penetrò negli animi di gran
parte degli esponenti della classe dirigente.
Le persone colte intuirono che gli aspetti razionali
della Stoà potevano dare una giustificazione
teorica alla loro concezione del vivere in modo
perfetto. Contribuì a far maturare la convinzione
che "la sola virtù che sia reale e
sia virtù è la virtù imperfetta"
. Anche se non mancarono esempi eroici nell'affrontare
la morte, come Catone Uticense, Trasea Peto, per
citare solo qualcuno.
Contribuì a regolare i rapporti giuridici
con gli stranieri. Con le conquiste di tanti paesi
al ius civile si era aggiunto il ius universale,
e lo stoicismo fece maturare l'esigenza che anche
questo si richiamasse al ius naturale
Con la dichiarazione che tutti gli uomini sono
capaci di raggiungere la virtù mise in
crisi i miti della nobiltà del sangue e
della superiorità della razza; con la concezione
che la schiavitù e la libertà dipendono
dalla saggezza e dall'ignoranza minò alla
base l'istituto della schiavitù. La patria
del diritto non poteva ignorare il superamento
della concezione aristotelica che condannava a
rimanere schiavo chi schiavo era nato
Contribuì lo sviluppo di vari aspetti della
scienza; perfino nella questione dell'analogia
e della anomalia suggerì una via d'uscita
con una soluzione conciliativa.
Quanto
alla religione, offrì una giustificazione
del culto tradizionale delle varie divinità,
considerandole manifestazione dell'unica divinità
universale Il pensiero di Seneca è intriso
di un accentuato spirito religioso e spesso dà
l'impressione di anticipare alcune intuizioni
cristiane. Ma senza il concetto metafisico della
creazione, come atto di un Essere trascendente
che resta al di sopra del creato, è difficile
sfuggire alle insidie del panteismo. Lo stesso
Epitteto riconosceva che "se l'uomo è
dio, Dio non è Dio".
Lo stoicismo romano non riuscì a sciogliere
un'altra antinomia di fondo: il saggio, attento
unicamente alla cura del logos che ha dentro di
sé, non può ammettere affetti e
passioni che turbino la sua apatia, ma l'uomo
non può non amare se stesso, i figli, i
parenti. Come si concilia l'apatia con la simpatia
che il cosmopolitismo esige? Non è facile.
Basti avere presente che anche Spinoza, dopo molti
secoli, convinto che l'amicizia affettiva non
sia conveniente all'uomo saggio, si appella ad
un'amicizia razionale, che comporta non poche
difficoltà, non ultima la privazione della
libertà personale.
L'uomo è un essere complesso. La definizione
aristotelica di "sinolo di materia e forma"
potrà non piacere, ma è difficile
rinnegarla. Chi lo considera un essere puramente
razionale, o un soggetto solo edonistico, distrugge
la sua natura di uomo.
Comunque lo stoicismo, pur con i suoi limiti,
ha lasciato un segno nei secoli. Ancora oggi,
di chi sa sopportare le sofferenze che la vita
non risparmia a nessuno, si dice che lo fa stoicamente.
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