
Prof.
A. Poliseno
Autore di numerose pubblicazioni
di filosofia antica, letteratura e filosofia
moderna ed ex-docente all'Università
di Pisa.
Domanda
n. 1
Domanda
n. 2
Domanda
n. 3
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MARZO
2004
STOICISMO
NELL'ANTICA ROMA
(3)
Come conciliavano i romani la loro base filosofica
con la loro credenze religiose? C'era una contraddizione,
oppure era possibile essere stoico e "pius"
allo stesso tempo?
Cn.Salix Astur
Il
termine latino pietas (corrispondente a quello
greco eusebeia), derivato di pius, è una
disposizione d'animo a sentire devozione ed affetto
verso Dio, i genitori e la patria. Cicerone la
ritiene un atto di giustizia nei riguardi degli
dei, e un "dovere (officium) e cura (cultus)1
dei consanguinei".
Tommaso d'Aquino, per spiegare la qualità
di questo rapporto, notava che l'uomo è
debitore nei confronti di altri in diversi modi,
commisurati al loro stato ed ad benefici da essi
ricevuti. Quindi siamo debitori verso i genitori
e, per estensione, verso i consanguinei e la patria,
cioè verso tutti i cittadini. Cicerone
era invece convinto che la pietas, doveva esser
grande verso i genitori e i consanguinei e grandissima
verso la patria. Comunque, l'Enea virgiliano è
pius per l'affetto mostrato verso il padre.
Il termine è sempre presente nella dottrina
stoica. Crisippo, suddividendo in molte altre
virtù le quattro fondamentali indicate
da Platone, Aristotele, Teofrasto, associò
alla giustizia: la pietà, la liberalità
l'affabilità2.
Non si tratta di un atteggiamento esteriore, ma
di un sentimento. Basti ricordare la nota affermazione
di Seneca: "Vuoi propiziarti gli dei? Sii
buono"3 E Lucrezio, coerente con la sua formazione
culturale, con non minore vigore affermò
che non vi è nessuna pietas "nel farsi
vedere di frequente rivolto verso una pietra con
il capo coperto"4.
A mio parere, il dubbio sulla possibilità
dello stoico di essere pius riguarda soprattutto
il rapporto con Dio che è il principe degli
analogati nei confronti della pietas, perché
non si può parlare di rapporto di riconoscenza,
gratitudine e venerazione verso un dio che non
ci ha creati ed è della nostra medesima
natura. Cicerone notava che non vi può
essere nessuna pietas come vera devozione verso
gli dei (nec est ulla erga deos pietas).
Come si spiega allora la presenza della pietas
in tutta la storia dello stoicismo? Solo chi deve
a Lui il beneficio della propria esistenza sente
il giusto dovere di riconoscenza, gratitudine,
venerazione, cioè il dovere della pietas
.
Lo stoicismo porta con sé un equivoco inestricabile:
sente il dovere della venerazione, senza possedere
il concetto di creazione, cioè di un Dio
personale e trascendente. Il tema della parentela
dell'uomo con Dio, che è tema dell'antica
Stoà, nel periodo romano assume riflessioni
fortemente spiritualistiche e quasi cristiane,
ma non riesce a dare alle nuove istanze un adeguato
fondamento ontologico. E' un problema che interessa
tutta la filosofia antica. Basti ricordare che
per Aristotele Dio, atto puro, muove l'universo
non agendo, ma attraendolo "come un essere
amato attrae l'amante"; lo muove come causa
finale, perché se si muovesse conterrebbe
in sé un elemento potenziale.
Seneca considera Dio uno pneuma corporeo, ma molte
sue affermazioni lasciano capire che inclinava
verso un concezione personale della divinità.
Adora devotamente il paesaggio, l'annosa foresta,
l'antro misterioso, la fonte che sgorga con primigenia
violenza,5 ma per la sua religione è decisivo
il rapporto personale con Dio. Per eliminare ogni
aspetto negativo nei suoi attribuiti considera
ogni decisione di Dio non una fatale predeterminazione,
ma una scelta giusta che accetta con gioia "non
obbedisco a Dio, consento con lui"6.
Anche Epitteto professa la fede in un dio immanente
nel mondo; ritiene che il cosmo sia un sistema
costituito dagli dei e dagli uomini, ma spesso
sostituisce al plurale "dei" il singolare
"Dio". La sua religiosità ha
un carattere personale. La sua fede stabilisce
un nuovo rapporto con Dio: "quando chiudete
le porte dietro di voi, non direte che siete soli:
c'è con voi Dio".7
Ritiene che la sottomissione a Dio e alla sua
legge non limiti la nostra autonomia. Negli appunti
delle sue riflessioni redatti da Arriano non ricorre
mai la parola heimarmene, mentre fa ricorso ad
espressioni analoghe a quella che abbiamo ricordata
a proposito di Seneca.8
Marco Aurelio crede negli dei: "dalle loro
opere, delle quali sono continuamente testimone,
io so che essi esistono, e li venero"9. Come
filosofo pratica un rigoroso monoteismo, ma crede
nella divinità universale della Stoà:
"Un mondo unico formato da tutte le cose
e un Dio presente in tutte le cose"10.
Lo stoicismo, se ebbe difficoltà a giustificare
la pietas verso gli dei, perché sprovvisto
del concetto di creazione, fu invece avvantaggiato
per la sua dimensione umana. Marco Aurelio ritenne
suo dovere di imperatore, posto a capo dell'umanità,
passare "da un'azione utile a tutti ad un'altra
azione utile a tutti"11.
Lo stoicismo cercò di giustificare anche
il politeismo romano, affermando che la pluralità
degli dei era riconducibile ad un solo dio, rimase
però prigioniero della sua premessa panteistica
che vanificava l'impossibile tentativo. Solo il
cristianesimo, debitore in questo della tradizione
ebraica,
chiarì che Dio poteva essere creatore del
mondo senza perdere la sua trascendenza, e che
l'uomo poteva dipendere da Dio, senza perdere
la sua autonomia. Ma abbiamo già rilevato
che questa carenza pesò su tutta la filosofia
precedente. La cultura romana aveva, a proposito
della pietas, la stessa difficoltà che
abbiamo rilevata nello stoicismo.
Comunque, lo stoicismo non passò nella
storia senza lasciare traccia di sé. Ebbe
il suo trionfo con uno schiavo filosofo e con
"un imperatore, il sovrano di tutto il mondo
conosciuto, che si professò Stoico ed operò
d Stoico" (M.Pohlenz).
Poi declinò, ma alcuni suoi principi sono
rimasti nella storia della cultura.
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