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Secondo la leggenda...

A Roma furono recate nell'antichità le sette cose fatali: il primo oggetto era l'ago di Cibele, una pietra nera adorata in Asia minore portata a Roma per scongiurare la sconfitta contro Cartagine; poi la quadriga dei Vejenti donata dalla città di Vejo dopo che durante una gara uno dei carri prese la via di Roma fermandosi in Campidoglio; le ceneri d'Oreste figlio di Agamennone considerate un portafortuna; lo scettro di Priamo, re di Troia, portato da Enea e donato a Didone; il velo d'Ilione che apparteneva alla figlia maggiore di Priamo; la statua di Atena Pallade detta il Palladio, anch'essa portata nel Lazio da Enea e infine i dodici scudi detti Ancili, undici dei quali copiati dal primo, caduto dal cielo, per paura dei furti da Numa Pompilio.

 

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I sette colossi di Roma erano delle statue gigantesche che adornavano la città: quelle di Apollo e di Giove sul Campidoglio, due statue identiche di Giove in Campo Marzio, la statua di Apollo nella biblioteca di Augusto, il colosso raffigurante Nerone presso il Colosseo, quello di Domiziano nel foro romano.

 

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Secondo un'antica leggenda quando la statua equestre del Marco Aurelio, la cui copia è situata al centro di piazza del Campidoglio, tornerà a risplendere d'oro, la "civetta", cioè il ciuffo della criniera del cavallo, canterà annunciando il giudizio universale. Quella di Marco Aurelio è l'unica statua equestre arrivataci dall'antichità e si salvo dalla distruzione dei tempi solo perché creduta di Costantino, l'imperatore che proclamò il cristianesimo religione ufficiale dell'Impero.

 

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Nel foro Romano si aprì una voragine ancora oggi visibile (il Lacus Curtius) e che l'oracolo interpretò come una disgrazia che si sarebbe abbattuta sulla città se questa non avesse sacrificato quanto aveva di più caro; Marco Curzio, considerato a furore di popolo l'eroe di Roma, si gettò di propria volontà con il suo cavallo nella voragine.

 

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Per secoli si credette che durante l'incendio di Roma, Nerone ammirò lo spettacolo da lui provocato dall'alto della Torre delle Milizie, nel foro Traiano. Certamente cosi' non fu perché essa fu costruita soltanto nel XIII secolo.

 

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Dopo la battaglia del lago Regillo nel 496 a.C., nella quale i Tarquini furono espulsi da Roma, apparvero nel Foro i Dioscuri ad annunziare la vittoria ed abbeverarono i loro cavalli alla Fonte di Giuturna. In loro onore fu eretto nel punto dell'apparizione il tempio di Castore e Polluce, i Dioscuri appunto.

 

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A quanto si dice, il Tevere dovrebbe coprire con le sue acque e le sabbie torbide, tutta una serie di tesori gettatevi durante tutte le ere per vari motivi: il più famosi è il candelabro d'oro a sette braccia proveniente da Gerusalemme e portato a Roma da Tito. A parte questo oggetto ancora da trovare altri tesori sono venuti alla luce come la testa bronzea di Paolo IV , l'Apollo Fidiaco, il Bacco detto "del Tevere" appunto, e l'Atena di marmo acefala rinvenuta presso Ponte Rotto. Oggetti meno di valore ma testimonianze del passato burrascoso della città sono le lance dei lanzichenecchi del 1527, gli archibugi francesi del 1799 e le pistole garibaldine del 1849.

 

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L'Aventino è il colle di Roma dove, secondo la leggenda della fondazione, Remo si collocò per avvistare il numero maggiore di avvoltoi (mentre Romolo era sul Palatino). Remo ne vide sette contro i 12 del fratello, a cui toccò il compito di fondare l'Urbe.

 

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Lo scontro tra tre fratelli romani (gli Orazi) e tre fratelli di Alba Longa (i Curiazi) ai quali furono affidate le sorti di risolvere la battaglia tra le due città, è ricordato nei pressi di quel leggendario luogo con due tumuli distinti per le due famiglie, sull'Appia Antica; in quel punto passava anche il confine tra i due territori.


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